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Il dilemma del Pd: o si divide e i riformisti popolari ritornano al “centro”, o “diventa” di sinistra

Le valutazioni sul risultato elettorale del Pd nelle ultime elezioni sono molteplici da parte di analisti ed esperti che criticano a fondo la linea politica e la gestione elettorale del partito, ma la cosa molto strana è che dirigenti e militanti fanno a gara a denigrare il loro partito come se fosse una entità estranea e da sola responsabile. Avviene sempre così quando un movimento non ha identità e il personalismo, o le eccessive correnti personalizzate, hanno il sopravvento, riducendo il dibattito a uno scontro senza motivazioni.

Ne è la prova appunto il dibattito che si sta svolgendo dopo le elezioni: tutti alla ricerca delle ragioni della sconfitta e tutti a tormentare e a tartassare il partito con un crocifigge collettivo, senza una serena analisi per riconoscere che senso identità un partito non può avere consensi, soprattutto con una legge elettorale truffaldina che carpisce e distorce il consenso, difficile poi da decifrare.

La mancanza di identità del Pd questa volta ha pesato di più sull’elettorato che non si è fatto ingannare: il Pd era nato – morto da una fusione a freddo della Margherita post Dc e dei post comunisti. Non essendoci valori comuni il partito si è chiamato generalmente ‘ democratico’, eliminando anche la parola ‘ sinistra’ perché troppo qualificante. Democratico, che di per sé non è un’identità, dovrebbe essere una qualifica comune a tutti i partiti!

Nel lungo periodo dalla fine del secolo scorso nessun movimento si è attribuito una identità e per questo si sono accentuati i personalismi che hanno dato vita breve ai vari movimenti- partito. II Pd ha ingannato il Paese mostrandosi un partito organizzato erede della cultura cattolica e socialista, ma non solo non è riuscito a trovare una sintesi tra le due culture, come era prevedibile, ma le ha dimenticate tutte e due, e ha continuato ad avere voti da chi ancora si sentiva legato a partiti forti come la Dc e il Pci: un voto sentimentale e irrazionale.

L’onorevole Fassino in una approfondita intervista sostiene che quando il partito democratico nacque dall’incontro tra Ds e Margherita “nei primi anni di vita fu molto influenzato dai suoi “genitori”, e man mano che è cresciuto si è affrancato dalle origini per affermare una propria “personalità”, la quale, però dico io al mio amico Fassino, non si sa qual è, perché se tutti vanno alla ricerca della nuova identità vuol dire che allo stato vi è la “personalità”… appunto “personale”, non valida per qualificare un partito.

L’onorevole Morando al contrario ritiene che qualunque pretesa di riduzione a una delle due culture politiche che hanno dato vita al Pd sarebbe esiziale”! Queste incertezze pesano sul Pd e sulla sua possibilità di sopravvivere. II gruppo dirigente del Pd, così come gli elettori, non sanno chi sono, a quali valori si ispirano e quale riferimento culturale hanno, e non hanno neppure un riferimento europeo perché i deputati europei eletti negli anni passati non si iscrissero al tradizionale gruppo dei socialisti, ma ad un’area incerta, a un gruppo autonomo non meglio specificato: la presenza degli ex Dc e degli ex comunisti non consentiva la iscrizione né ai popolari né ai socialisti.

Non avendo identità il Pd ha assecondato le pazzie di Cinque stelle nell’approvazione di alcune leggi sulla giustizia che hanno incrinato il codice penale e nell’aver dimezzato i membri del Parlamento mettendo in crisi il principio di “rappresentanza” che è l’elemento caratterizzante della “Repubblica Parlamentare”. Come è possibile continuare a ritenere l’onorevole Conte e il nuovo M5S progressista è un vero mistero! Ed è forse il suo equivoco. Le ragioni della sconfitta del Pd stanno in queste sue gravi incertezze e nell’aver confermato per mancanza di linea politica una legge elettorale, con la quale si è votato, che ha generato una distorta rappresentazione del paese nel Parlamento.

Orbene bisogna ripetere che nel Pd vi sono due sostanziali profonde distinzioni che corrispondono a due visioni diverse ereditate dal Pci: la tendenza estremista e per usare un termine storico “anticapitalista”, caratterizzata fortemente a sinistra, e una riformista.

Queste due culture convivevano nel Pci partito di forte opposizione e di contestazione ai governi considerati “borghesi”, ma oggi non possono più caratterizzare unitariamente il partito soprattutto se consideriamo che all’interno vi sono pure gli ex popolari che assistono inermi e godono del potere conquistato a basso prezzo.

Oggi, al di là del risultato elettorale, il PD è al dunque: o si divide ulteriormente e i riformisti popolari ritornano al “centro”, al riferimento della cultura popolare, o tutti insieme decidono che sono “socialisti” e “socialdemocratici” e il partito acquista la sua identità finalmente di sinistra. D’altra parte per rigenerarsi il partito deve operare una scelta drastica, come avrebbe dovuto fare la Dc negli anni 90: riconoscere autonomia al partito senza l’ossessione delle alleanze, e presentarsi al corpo elettorale per quello che si è intraprendendo, come suol dirsi, una lunga marcia che forse non sarebbe nel deserto…! Ma devo aggiungere amaramente che se la fase costituente e il congresso si svolgono con le primarie che rispondono ad un populismo molto scadente e deleterio, non si potrà ricostruire un partito identitario. Come non capire questo?! Dunque se Letta e il suo gruppo dirigente ritengono di dar vita ad una costituente e a una rifondazione devono riscoprire la parola socialismo- socialdemocrazia e collegarsi con la cultura di riferimento europeo.

Il panorama politico risulta profondamente modificato perché, per la prima volta nella Repubblica c’è un governo di destra che risponde al consenso degli elettori, ed io ritengo che proprio il risultato elettorale potrebbe spingere i movimenti che vogliono qualificarsi, a fare una scelta. Se la destra ha assunto una sua fisionomia, è necessario che venga fuori una sinistra democratica e socialista con riferimenti europei e un centro che non chiamo moderato, ma dinamico, come lo definiva Aldo Moro già nel 1944, o un “centro vitale” come lo definiva Arthur Schlesinger per distinguerlo dalla sinistra, con cultura di governo. Dopo un lunghissimo periodo di crisi dei partiti e delle loro identità potremmo ricostruire un centro e una sinistra in alternativa la destra, come nella fisiologia tradizionale dei sistemi politici.

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