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Né continuità, né rivoluzione: la “svolta tranquilla” del governo Meloni – Marco Faraci

Il governo Meloni si è insediato da poco più di un mese e mezzo e lo ha fatto “in corsa”, con la necessità di chiudere in brevissimo tempo una manovra finanziaria molto delicata in una delle fasi più difficili del nostro Paese che, con tutte le sue fragilità strutturali, si è trovato ad affrontare tre “anni horribiles” di pandemia e guerra in Europa.

È ancora presto, quindi, per trarre qualsiasi tipo di bilancio non solo sull’efficacia del nuovo Esecutivo, ma anche sulla sua cifra ideologica.

Continuità fisiologica

Ci si può tuttavia cominciare a confrontare con qualche commento che ha aleggiato nelle ultime settimane, sia tra i sostenitori che tra i detrattori del centrodestra: l’idea che il governo di Giorgia Meloni si sia avviato su una strada largamente in continuità con il governo Draghi, rispetto al quale Fratelli d’Italia si collocava chiaramente all’opposizione.

La continuità, certamente, esiste, ma non è altro che la necessaria e fisiologica continuità che sussiste tra governi di colore diverso nell’alternanza politica delle democrazie mature.

Nelle democrazie occidentali ci sono valori e orientamenti di fondo che la dinamica di alternanza non mette in discussione perché fanno parte di un substrato culturale e politico più profondo che fa da sottostante al bipolarismo.

La nostra “casa naturale”

Così non desta nessuna sorpresa che Giorgia Meloni abbia confermato con convinzione la collocazione occidentale ed atlantista in politica estera, a cominciare da un posizionamento inequivoco sulla guerra in Ucraina – e non solamente, perché su questi argomenti la premier era stata chiarissima in campagna elettorale.

Per quanto qualcuno abbia temuto – e qualcun altro magari “sperato” – avventurose svolte “terziste” in politica estera, è stato fin dal principio scontato che l’Italia stesse nell’unica collocazione in cui può stare – quella che corrisponde alla nostra storia, alle nostre relazioni politiche e culturali, alle nostre alleanze militari e alla grandissima parte dei nostri rapporti economici e commerciali.

Nella cornice euro-atlantica ci si potrà e ci si dovrà stare, certo, con una presenza ed una personalità diversa rispetto ai precedenti esecutivi, ma non sussiste alcun dubbio che tale cornice rappresenti la nostra casa naturale in termini di cultura, visione e valori.

Le discontinuità

La “differenza” rispetto ai governi tecnici e di centrosinistra si fa su altri argomenti, sui quali la nuova maggioranza avrà ampia opportunità di lasciare il proprio segno.

Una prima discontinuità l’abbiamo vista sul tema delle politiche sanitarie legate al Covid, dove il nuovo governo sembra deciso a prendere le distanze dall’approccio ipocondriaco e scaramantico che ha ispirato le politiche più liberticide dei governi Draghi e Conte, a favore di un atteggiamento più pragmatico e razionale, come quello messo in alto da altri Paesi.

Il ministro della giustizia Carlo Nordio pare intenzionato a mettere mano ad una riforma della giustizia con una visione e una determinazione sconosciute ai precedenti guardasigilli. Si tratta di un percorso che sarà ricco di ostacoli, ma che parte con buone premesse.

E le premesse sono interessanti anche per il capitolo delle autonomie, a partire dalla prospettiva di un allargamento delle competenze dell’Alto Adige, fino alla riapertura della discussione sul conferimento dell’”autonomia differenziata” alle Regioni dell’Italia Settentrionale che l’hanno richiesta.

Poi sicuramente, con l’arrivo di Meloni a Palazzo Chigi, suona una musica diversa sul fronte dell’immigrazione, per quanto i prossimi passi non banali dovranno essere la traduzione del diverso approccio portato dal centrodestra in effettive policies.

Dove la discontinuità è più urgente

Infine, sicuramente emerge nel governo Meloni una maggiore sensibilità rispetto ai problemi concreti delle categorie produttive ed in particolari di quella parte del Paese che è stata lasciata ad affrontare senza reti di protezione le conseguenze delle politiche sanitarie prima e della crisi energetica poi.

Proprio sull’economia probabilmente è più urgente mettere in campo delle discontinuità rispetto all’operato dei precedenti governi, ma ciò richiede un progetto di riforma di ampia portata che va ben oltre i tempi stretti di questa manovra. Se qualcuno riteneva che la Meloni potesse avere una qualche bacchetta magica, è destinato a rimanere deluso.

Nell’immediato, l’unico equilibrio politico possibile era in larga misura quello ereditato dal governo Draghi e, da qui in poi, l’unico modo per fare passi avanti nella direzione degli interessi dei contribuenti e dei produttori sarà quello di concepire una revisione ambiziosa della spesa pubblica, necessariamente non indolore anche per alcune delle constituencies il cui voto è stato finora corteggiato dall’attuale maggioranza. Vedremo se si rivelerà possibile.

Una svolta tranquilla

Insomma, l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi non è una “rivoluzione”, non è un “cambio di sistema”. È, semplicemente, l’avvento di un governo di centrodestra al posto di governi il cui baricentro, ormai da molti anni, stava nel centrosinistra – e forse è proprio la “normalità” di questa transizione che deve essere evidenziata come una buona notizia, in un Paese che vive da sempre in un clima di emergenza e di mobilitazione contro il “nemico”.

Quella di Giorgia Meloni è una “svolta tranquilla” all’interno delle coordinate della democrazia occidentale – una svolta di cui nessuno deve aver paura, e che potrà essere giudicata con obiettività e serenità sulla base dei risultati che porterà.

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