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Elly Schlein e il nuovo corso del Pd: cosa cambierà e cosa resterà uguale

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La vittoria decisamente “a sorpresa” di Elly Schlein per la corsa al Nazareno rappresenta un punto di svolta per il Partito Democratico che forse neanche i Dem hanno colto appieno.

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La vittoria decisamente “a sorpresa” di Elly Schlein per la corsa al Nazareno rappresenta un punto di svolta per il Partito Democratico che forse neanche i Dem hanno colto appieno. E la possibilità che la portata dell’arrivo della nuova segretaria sia sfuggita non è solo legata alla fisiologia di un momento in cui chi vince fa festa e chi le ha prese mette un mezzo broncio collaborazionista per il fine superiore del partito. No, quello che fa fede e testo nell’arrivo della prima segretaria donna di un partito di prima grandezza che andrà a scontrarsi con la prima premier donna di un partito che fu di nicchia è altro. Per capire cosa attende il Nazareno e cosa troverà la Schlein di immutabile o quanto meno tenace al suo interno il fulcro di attenzione è sull’effetto clessidra del voto.

Elly Schlein e il nuovo corso del Pd

Analizziamolo: il voto dei circoli, cioè delle “parrocchie ufficiali”, aveva consegnato a Stefano Bonaccini il 52,9% dei consensi e ad Elly Schlein il 34,9%. Mentirebbe chi dicesse che già sei giorni fa c’erano le avvisaglie di un recupero miracoloso della candidata allora seconda, perché erano del tutto diversi i presupposti e le dinamiche della macchina del consenso. Poteva succedere ma per succedere doveva entrare massivamente in gioco un elettorato metropolitano “eterodosso” che non avesse mire strategiche ma sincere intenzioni rivoluzionarie.

L’effetto “clessidra capovolta” che non ti aspetti

Il voto dei non iscritti ha infatti sovvertito tutto e restituito una situazione inversa e cassata in poco più di due ore di spoglio: la Schlein era già al 53,8% con l’80% dei voti scrutinati e nella tarda serata di ieri aveva ricevuto la telefonata con cui Stefano Bonaccini ammetteva la capitolazione. In sei giorni dunque la clessidra si è capovolta e la democrazia partecipata ha tatuato a fuoco un partito che era si figlio della democrazia interna ed inventore delle primarie, ma con il rigoroso crisma del “voti se sei certificato dei nostri e non soltanto amico delle nostre idee”. Poi la mezza capitolazione di Enrico letta del 25 settembre aveva dato l’input ad allargare la base e da quella diluizione che a molti è apparsa come una trasfusione benefica era emersa la nuova rotta. In questo caso la “purezza” era ostacolo e il convincimento dei battitori liberi ha fatto la differenza, ma affinché succedesse c’era bisogno che il numero e la volontà dei simpatizzanti sopravanzassero quelli dei tesserati, che è un po’ come chiedere di recensire un ristorante su Trip Advisor senza esserci mai stati a mangiare ma giudicando il suo canale youtube.

Da questo punto di vista un ruolo determinante lo hanno giocato i media, vale a dire l’interfaccia conoscitivo sulla scorta delle cui analisi i battitori liberi si sono mossi. C’è un’Italia che sente il bisogno di non appaltare ai Cinquestelle il ruolo di avversari unici ed accreditati di Giorgia Meloni e che si è avvalsa di una facoltà innovativa per disegnare la struttura di un nuovo Pd, ma scartando i geometri interni e segnando la netta separazione fra ilo Pd che vuole il paese ed il Pd che vuole il Pd.

E la vera rivoluzione è questa, non i tratti esistenziali della nuova segretaria che seguono il mood della “dura e pura al comando”. Che significa? Innanzitutto che c’è una radicale discrasia fra cosa pensano moltissimi tesserati del partito, la più parte secondi i numeri dei circoli, e cosa vogliono i simpatizzanti di area vasta, quelli che non votano a destra e con non stanno con il M5s di Giuseppe Conte, per capirci. Poi che per il Pd e d’ora in poi sarà imprescindibile un totale ripensamento della tradizionale linea di governo interno che, partendo da una “base legittimista” arriva ad un vertice che solo di quella base è espressione.

La vera rivoluzione al Nazareno e la doppia sfida

E qui nasce il problema e con essa la splendida novità dell’elezione di Schlein: la nuova segretaria rappresenta un punto di svolta vero, per come la pensa, per la sua storia e per gli obiettivi che si è prefissata, ma al tempo stesso è incarnazione di un punto di rottura a cui il “suo” stesso partito potrebbe non resistere se non si adeguasse al cambiamento nei suoi multiformi quadri intermedi e correntizi. Vero è che sulla Schlein hanno fatto convergenza fior di “notabili” della sinistra dem ed ex dem, da Speranza a Bersani, ma la nuova rotta del Nazareno dovrà tener conto anche di quelle frange più legate alla socialdemocrazia di stampo europeo che digerisce poco e male le ricette massimaliste della nuova figura al comando.

Insomma, il prossimo step di svolta del Partito Democratico è quello che passa per la conservazione della sua storica mobilità dialettica – altri la chiama atavica litigiosità – pur nel segno di una nuova rotta definita che però stavolta ha i toni di una navigazione innovativa e dirompente. Elly Schelin si appresta a lanciare un’Opa su come essere di sinistra nell’Italia del terzo millennio senza necessariamente mettere in conto di prenderle nell’urna elettorale e la sua è la missione più difficile dell’universo. Lo è perché troverà non solo avversari esterni su cui far convergere tutte le nuove energie di un partito che ha aperto ai “cottimisti” della democrazia partecipata, ma anche tutte le resistenze interne di un partito che è cambiato per decisione inappellabile di chi però di quel partito non è. E questo paradosso peserà sulle sue spalle da subito.

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