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DomenicaCultura: Le lettere d'amore. – Secolo Trentino

Fernando aveva 17 anni quando s’imbarcò sul piroscafo Herzog ormeggiato a Città del Capo, Sud Africa, dicendo basta alla vita adolescenziale vissuta sotto la tutela di una madre apprensiva e di un patrigno nel senso stretto della parola. Fernando era un Lusitano e nel suo cuore altro non stava oltre la sua città natale, Lisbona. Lisbona è una meraviglia impressa nei colori delle case, pare un quadro di Matisse dove i sassi s’intrecciano per ricamare i passi e le parole, Lisbona è la perla europea per trattenere il tramonto, è la terrazza sull’oceano dove profumo inebria e la mente non scorda.

Fernando sapeva di non essere un Adone. Era un uomo piccolo, forse per questo portava sempre un cappello a tese più larghe della sua testa scarna nella malriposta speranza di mascherare la bassa statura, cappello ed immancabili occhiali da vista a lenti spesse per un grave difetto di vista. Fernando scriveva a… nessuno, poiché non aveva nessuna donna alla quale scrivere e nemmeno uno straccio di amico per bere un bicchiere di Ginjinha, quel liquore aromatico portoghese a base di amarena.

A quel fantastico nessuno si firmava con nomi di fantasia. Nessuno leggeva? Nobody (nessuno) firmava. Forse fu questa la motivazione filosofica di Fernando. In Rua de Serva Pinto, a Lisbona, vendevano una tabaccheria. In quella strada di piastrelle sovrapposte e colorate dove d’inverno s’ode il brontolare dell’Oceano, Fernando, fermò il suo cammino. Quella tabaccheria divenne ben presto un punto di riferimento per gli amanti della cultura. Fernando parlava benissimo l’inglese ma soprattutto citava spesso il nome di un poeta, Alvaro de Campos, così dicendo apriva un cassetto della tabaccheria cercando nei fogli, un po’ sparsi dappertutto in verità, una poesia scritta da Alvaro de Campos.

Fernando Pessoa

E’ un mio amico, sapete? Ma non fu il solo amico: pure Ricardo Reis lo era, così Alberto Caeiro, Paco Soares, ma Alvaro de Campos, tra tutti, era l’amico dell’emozione, delle poesie struggenti, dei tramonti rossi come i colori di Van Googh. Alvaro de Campos era alto, bello, Ufficiale di Marina. Ed Ophelia, di lui, s’innamorò. Ophelia dei sogni… al solo pronunciarne il nome, Fernando, arrossiva. La sua timidezza era proverbiale e così quando iniziava a recitare, già dai primi versi, i suoi occhialini tondi s’appannavano lasciando intendere la commozione di quel piccolo uomo col cappello più largo della testa scarna.

In quella tabaccheria Fernando Pessoa leggeva le poesie di Alvaro De Campos, le lettere d’amore di Alvaro De Campos, gli aforismi di Alvaro de Campos. E le recitava per lei, Ophelia Quiroz, lei che passava ogni giorno senza fermarsi mai. Sulle strade lastricate di Lisbona fu tutto un sussurro, nessuna libreria possedeva un libro dell’ormai mitico poeta, come fare, dunque? Come cercare? Tra la storia e la leggenda pure Antonio Tabucchi affermò della notte dove i colori di Lisbona s’infiammarono e come tante fiammelle illuminarono di luce il buio dell’oceano, improvvisamente il brusio delle voci tacque in un silenzio armonico, mentre mani furtive s’impossessarono dei fogli sparsi nella tabaccheria.

Da quella notte il mondo conobbe Le Lettere d’Amore di Fernando Pessoa. Alvaro de Campos non è mai esistito, nessuno esisteva se non dentro la fantasia di Fernando Pessoa. Eteronimi, così spiega la scienza. Ma dietro quei nomi, Fernando Pessoa, si nascondeva nascondendo la timidezza.

Il libro delle Lettere d’Amore sta in bella mostra nella mia libreria di casa, questa notte lo poggerò sopra il comodino vicino al letto. Sicuramente lo accarezzerò, tacitamente lo ringrazierò per tutte le emozioni che mi ha regalato ogni volta che l’ho letto, e sono state tante, e per ogni volta che ne cercavo i colori per illuminare la mia mente, e sono state di più.

Marco Vannucci

Tratto da: Le lettere d’amore di Alvaro De Campos di Fernando Pessoa.
    Tutte le lettere d’amore sono
    ridicole.
    Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
    ridicole.

    Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
    come le altre,
    ridicole.

    Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
    devono essere
    ridicole.

    Ma dopotutto
    solo coloro che non hanno mai scritto
    lettere d’amore
    sono
    ridicoli.

    Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
    senza accorgermene
    lettere d’amore
    ridicole.

    La verità è che oggi
    sono i miei ricordi
    di quelle lettere
    a essere ridicoli.

    (Tutte le parole eccentriche,
    come tutti i sentimenti eccentrici,
    sono naturalmente
    ridicole).
Fernando Pessoa.

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