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Carlo La Manna e il suo concerto: con l’algoritmo

TRENTO. Non solo immagini favolose, o testi creati dal computer: l’intelligenza artificiale è anche una nuova frontiera per i musicisti. E lo sa bene il trentino Carlo La Manna, 63 anni, che questa sera (mercoledì 25 gennaio) porterà il suo «esperimento» al Museo Diocesano, per la rassegna Note al Museo. Con la formazione dei Vimana.

La Manna, che musica sarà?
Ce lo chiediamo anche noi. Ma è difficile dirlo, perché non si tratta di un concerto con note e arrangiamenti. Sarà un evento unico e irripetibile, una musica dialogante. 

Come è nata l’idea?

Da 40 anni giro il mondo per suonare, sempre alla ricerca di suoni e idee. Una gran parte del tempo l’ho passata in Norvegia, dove da tempo hanno abolito la musica in 4 e in 8.

E cosa suonano?

C’è uno spazio, dove non ci sono regole, o ritmi, ma le persone che partecipano e dialogano suonando. È una specie di preghiera, ma atea. Io suono nel gruppo norvegese Parallax ed ho collaborato là con Marie Boine, che portammo anche qui ai Suoni delle Dolomiti.

Beh, l’improvvisazione, come nel jazz?

No, è una cosa completamente diversa: nel jazz – come nel canto gregoriano – è previsto l’assolo, ma è sempre dentro degli schemi, delle scale, delle note. Qui invece è un collettivo senza regole.

Ma questo è solo l’inizio.

Sì: negli ultimi anni ho collaborato con la cantante pugliese Maria Muromarco, una leggenda del canto femminile del Sud, anche se lei non ha mai voluto fare la professionista, e continua a insegnare inglese a scuola. Con lei ho conosciuto Adolfo La Volpe, chitarrista; e poi Francesco Savoretti, percussionista che ha lavorato con Moni Ovadia, e Fabio Mina, ai fiati.

Con loro, che formano i Vimana, la svolta.

Stavamo registrando un disco, con Maria, e lei ci ha chiesto dei suoni diversi. E lì abbiamo scovato l’algoritmo.

In che senso?

Una scatoletta elettronica, costruita quasi in un garage da due ragazzi americani: si chiama Hologram Microcosm. Un giocattolo che non è nemmeno in commercio: ti devi mettere in fila, chiedere loro se te ne fanno uno, e poi aspetti che ti arrivi. 400 euro, più altrettanti di spedizione, perché deve viaggiare in aereo come una persona…

Come funziona?

Funziona con l’intelligenza artificiale. Tu suoni un piccolo brano, che è l’input, e Microcosm lo elabora e ti «risponde».

Rielaborandolo?

No. È difficile da spiegare, ma diciamo che «suona» anche lui attingendo da milioni di dati nella rete, nel web, e creando una sua idea. A questo punto, serve molta attenzione, e soprattutto questo mette fine al problema dei componenti delle band che «suonano troppo». È quello di cui ci si lamenta sempre, nei gruppi: c’è sempre uno che non fa mai silenzio. Qui bisogna suonare poco. Ed ascoltare. Ma diciamo che semplicemente la tua «parte» non esiste.

E in un gruppo, come funziona?

Noi Vimana ne abbiamo uno a testa, ci abbiamo registrato un disco che uscirà il mese prossimo.

E il disco come sarà?

Come dicevo, ogni volta è un risultato diverso, e unico. Il disco è la registrazione di un’ora di sessione in studio, una testimonianza di quel momento esatto e irripetibile. Sabato prossimo suoneremo all’Ice Music Festival in Tonale, e lo faremo con gli strumenti di ghiaccio.

Che cosa è Vimana?

Vimana è il nome delle leggendarie astronavi raffigurate nei bassorilievi indiani di 6 o 7 mila anni fa.

Un viaggio cosmico…

Ma non faccio solo quello: l’8 febbraio ritorno al Diocesano con «L’Assenza». Che è l’esatto contrario: è musica mia, è puro ego, tanto quanto Vimana è un’esperienza collettiva.

L’Assenza sta per…?

L’Assenza è musica che ho elaborato al computer durante il lockdown. Ero il direttore artistico dell’Ice Music al Presena, e l’intera orchestra risultò positiva, tranne me. Ma l’Azienda Sanitaria mi mise comunque in quarantena: ero solo, al Tonale, senza strumenti musicali. Mi sono divertito con «Music Store 3» sul pc, ed ho iniziato a scrivere in verticale. Scrivo della musica e la mando a La Volpe che la suona tutta dritta. Poi dò la stessa base a Mina e poi a Savoretti. Nessuno sa cosa suona l’altro, ed alla fine unisco tutte le tracce in una.

Una cacofonia?

Sorprendentemente, sembrano brani arrangiati da Morricone! Eppure ciascuno ha suonato senza sapere cosa ha suonato l’altro… Una sfida al buio, e anche un po’ un rischio. È come essere nudo in una sauna…

Però è musica sinfonica?

Io lasciai il Conservatorio, ma

ho sempre mantenuto i contatti: qui volevo far suonare un’orchestra e l’Orchestra del Conservatorio aveva accettato. Ma poi, con il Covid, non si è potuto fare. Però nel disco ho voluto un quartetto d’archi, «AR Studium» con Stefano Bellini, Piercarlo Torri, Emanuela Bungaro e Mariano Bullingan.

Dove possiamo sentirli?

Mercoledì 8 febbraio, al Museo di piazza Duomo. Ma questa è un’altra storia.

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