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«A casa mia i newyorkesi imparano l’arte italiana Quando ero piccola mamma provò a uccidermi»

di Federico Rampini

Laura Mattioli: con la collezione di mio padre ho creato un museo, cucino anche per gli ospiti

P er gli italiani resto la figlia di Mattioli. Molti nel mio paese danno pi importanza a quello che possiedo anzich a cosa sono. E spesso si sbagliano di Mattioli. Pensano al banchiere, Raffaele, pi appassionato di libri che di arte. Nessuna parentela. A facilitare la confusione contribuisce il fatto che mio padre, Gianni, visse in via Manzoni vicino alla sede storica della Banca Commerciale Italiana guidata dal suo omonimo. Quando mor il banchiere, molti mandarono condoglianze a casa di mio padre. Il quale rispose.

La conversazione con Laura Mattioli ricca di sorprese. E non poche tragedie. Dopo anni di pendolarismo tra le sponde dell’Atlantico, si stabilita a New York e ha conquistato un’attenzione enorme, diventata una delle italiane pi influenti della Grande Mela con la creazione nel 2013 del suo Center for Italian Modern Art (CIMA).

Il ritratto

Il New York Times le ha dedicato un ritratto ammirato definendola la Peggy Guggenheim di Soho. L’articolo ricama sulle analogie fra le due donne. Peggy, ricca ereditiera americana appassionata d’arte che mette radici a Venezia, lo specchio rovesciato di Laura che eredita una vasta collezione di arte contemporanea italiana e si trapianta a New York. Le storie s’incrociano: la Mattioli nel 1997 presta alla Guggenheim Collection di Venezia una parte della collezione paterna, facendone il museo pi ricco di futurismo italiano. Come ambasciatrice della nostra arte in America, Laura ha al suo attivo dei successi formidabili.

Il gioco dei parallelismi fra le due donne si ferma qui. La Mattioli, 72enne, ha vissuto gran parte della sua vita da diseredata, letteralmente. Quando lasciai la casa dei genitori l’unica cosa che possedevo erano i vestiti che avevo indosso. L’albero genealogico della famiglia segnato dalle cadute in disgrazia. Un bisnonno materno, racconta Laura, era il conte Ferdinando Bracciforti, parlava sei lingue e corrispondeva con Tolstoj, si convert all’anglicanesimo, fece costruire la chiesa protestante in via De Marchi a Milano, distribu le sue ricchezze ai poveri, costringendo a una vita di stenti i 14 figli.

Il pap fattorino

Il pap di Laura lascia gli studi per fare il fattorino di un mercante di cotone e mantenere la madre caduta in miseria. Gianni Mattioli incrocia l’arte d’avanguardia negli anni Venti, in Galleria Vittorio Emanuele conosce Marinetti, diventa amico di Fortunato Depero. Fa carriera nel business del cotone, finch nel 1940 il trader di cotone grezzo Arturo Boneschi gli d in sposa sua figlia. un matrimonio combinato a scopo terapeutico. Angela Maria Boneschi soffre di patologie psichiche, il ricco mercante s’illude che un marito possa risolverle. Per dieci anni mio padre — racconta Laura — le prov tutte, fino a darle una figlia, io. Ma la condizione della mamma peggior, ebbe una depressione post-parto, divenne sempre pi aggressiva contro di me, come se fossi la causa della sua sofferenza. Quando avevo sei mesi cerc di uccidermi. Il padre assume delle governanti per proteggere Laura dalle aggressioni della madre.

In precedenza, nel settembre 1943 Gianni Mattioli sfollato sulle rive del Lago Maggiore quando assiste al primo massacro di ebrei da parte delle SS, vede cadaveri galleggiare sulle acque, riesce a fare fuggire alcuni ebrei milanesi in Svizzera. Risale a quel periodo, secondo Laura, la speranza del padre che l’arte possa renderci pi umani e meno bestie feroci. del 1949 la svolta nel collezionismo, con l’acquisizione della propriet di un avvocato bresciano, Pietro Feroldi, che include opere di Modigliani e de Chirico. Si specializza nel futurismo, acquista dei Boccioni. Nasce la grande collezione che Gianni apre al pubblico dal 1950 in via Senato 36. Io sono venuta al mondo insieme alla collezione — dice Laura — e sono la sorella minore. La primogenita, l’arte, era pi fortunata di me.

I rapporti con la madre

Il padre muore nel 1977, i rapporti tra Laura e la madre peggiorano, lei viene di fatto diseredata, la collezione promessa in donazione allo Stato italiano se realizza il progetto della Grande Brera. Ma lo Stato non mantiene la promessa. Quando muore la madre nel 1983, a sorpresa decide che Laura ricever tutto. Fino ad allora, nulla lasciava presagire che avrebbe amministrato un simile patrimonio. Tuttora — dice lei — non mi considero una collezionista bens una storica dell’arte. quella la sua formazione accademica, e il suo primo mestiere. Il marito Giovani Rossi, da cui divorziata, esperto d’arte e restauratore.

L’origine del CIMA nell’ideale del padre. La socialit dell’arte — spiega Laura — non significa che debba essere gestita dalla burocrazia statale. Il CIMA nasce per ovviare a una lacuna che Laura scopre nei suoi primi viaggi in America. L’Italia arcinota per Michelangelo Raffaello Leonardo. Dal nostro Medioevo al Rinascimento al Barocco non mancano gli estimatori esperti. La nostra arte contemporanea invece avvolta nell’ignoranza. Un luminare americano — racconta — anni fa mi lasci sconcertata sostenendo che i futuristi italiani avevano copiato l’avanguardia russa. vero il contrario. La colpa anche nostra, l’Italia si chiusa in un provincialismo accademico.

L’arte moderna

La ragion d’essere del CIMA questa: avvicinare il pubblico americano alla nostra arte moderna; e allevare giovani studiosi. Il museo offre borse di studio, i giovani selezionati hanno l’opportunit di fare ricerche sulle mostre in corso. Non un luogo riservato a esperti o a un pubblico colto: una recente esposizione dedicata all’opera di Bruno Munari ha attirato molte scolaresche.

Il CIMA anche… casa sua, letteralmente. Situato in un gioiello di palazzina ex-industriale a Broome Street nel quartiere di Soho, ospita anche l’appartamento di Laura. Quando si sveglia, ha davanti alcuni quadri di Morandi. In cucina ha messo acquisizioni recenti, magnifici esemplari di arte africana. Le piace cucinare per gli ospiti, anche quando d ricevimenti per l’inaugurazione di nuove esposizioni. La rifornisce un macellaio italo-americano che vuol essere pagato solo in contanti. L’Italia la insegue nei modi pi strani…

Laura ha donato le collezioni ai due figli. Uno fa il sacerdote, in Lombardia, l’altro alpinista in Svizzera. Hanno pi energia di me, la missione passer alla terza generazione. Per adesso l’energia non manca a Laura. La sua casa-museo un polo di attrazione, un laboratorio di attivit straordinario. Si conquistata un ruolo di punta in una metropoli affollata e competitiva. A Milano — conclude — ero un pesce in un acquario, a New York mi sento un pesce nell’oceano.

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11 marzo 2023 (modifica il 11 marzo 2023 | 22:27)

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