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Teheran a poche settimane dall’atomica, Usa e Israele pronti a intervenire – Tommaso Alessandro De Filippo

Le rivolte in Iran e la corsa del regime all’atomica, le prospettive del conflitto in Ucraina, come Erdogan sta usando l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato per trarne vantaggio nella questione curda. Di questi temi abbiamo parlato con Lion Udler, esperto israeliano di antiterrorismo e strategia militare.

Le rivolte in Iran

TADF: Le rivolte in corso in Iran potrebbero portare ad una caduta del regime?

LU: È difficile prevedere l’esito delle rivolte in Iran. In primis, dobbiamo annotare che le manifestazioni durano da quasi tre mesi e sono diverse da quelle avvenute in passato: il popolo si è spesso rivoltato contro il regime negli scorsi anni, ma mai con questa forza e compattezza.

Molti cittadini sono ben armati e sparano alle forze dell’ordine, addirittura alcuni membri del regime sono stati raggiunti nelle proprie case o in luoghi ritenuti sicuri ed uccisi. I manifestanti pubblicano quotidianamente foto di membri del regime con informazioni sensibili ed invitano ad aggredirli ed ucciderli.

Nelle scorse rivolte, anche in quelle pure cruente del 2019, non si era arrivati a tanto. Anche in ragione di ciò, queste proteste hanno un peso differente rispetto al passato.

Tuttavia, per arrivare con certezza a rovesciare il regime i cittadini dovrebbero avere un appoggio nitido all’interno delle guardie rivoluzionarie, cosa difficile. Queste guardie rappresentano un corpo militare costituito da Khomeini nel 1979, dedicato alla difesa della sicurezza di chi ha fatto la rivoluzione.

Pertanto, chi ne entra a far parte viene scelto sulla base della fede e della lealtà, dell’appartenenza famigliare al regime stesso.

Quanto ai Paesi occidentali, stanno fornendo attualmente un aiuto ai manifestanti: pubblicamente posso riferire che stanno provando a garantire l’accesso ad internet.

Inoltre, da parte dei curdi, attraverso l’Iraq, è in corso un contrabbando di armi destinate ai manifestanti, ma non possiamo dichiarare che dietro di esso ci sia l’impegno occidentale, perché non è stato pubblicamente dichiarato o dimostrato.

La linea rossa sull’atomica iraniana

TADF: Cosa dovrebbero fare Israele e gli Stati Uniti per impedire che Teheran di doti dell’arma atomica? È possibile che si arrivi ad uno scontro militare diretto tra Occidente e Iran?

LU: Penso che uno scontro diretto con l’Iran potrebbe avvenire se dovesse superare la linea rossa già delineata dall’amministrazione israeliana più volte e, di recente, anche dagli Stati Uniti. Gerusalemme e Washington hanno dichiarato che non permetteranno all’Iran di fabbricare l’arma nucleare, pertanto dietro le parole ci sono i fatti.

Linea rossa è inteso come l’inizio dell’arricchimento dell’uranio dal 60 al 90 per cento, percentuale di purezza necessaria per fabbricare l’atomica. Ad oggi, l’Iran ha 62,3 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento.

Atomica in sole due settimane

Se l’amministrazione decide di incrementare l’arricchimento di tale quantità, può fabbricare fino a due bombe in sole sei settimane. Anzi, dall’ultima informativa del ministro della difesa israeliano Benny Gantz si evince che potrebbero bastare addirittura due settimane.

Questa ulteriore velocizzazione delle eventuali operazioni di fabbricazione della bomba è probabilmente derivante dalla dichiarazione dell’Iran, che ha affermato di aver cominciato ad arricchire uranio non soltanto a Natanz, ma anche a Fordow. Con l’utilizzo di entrambi i siti nucleari i tempi utili potrebbero dunque scendere da sei a due sole settimane.

Due sole settimane per un intervento militare occidentale sono pochissime. Non a caso, il capo dello Stato maggiore dell’esercito israeliano Aviv Kohavi è volato negli Stati Uniti circa 15 giorni fa, per una visita che in Israele è stata definita “critica”, riguardante l’Iran.

Intervento o sabotaggio

Nel dialogo con i vertici militari americani si è probabilmente riferito che in caso di arricchimento dell’uranio al 90 per cento da parte dell’Iran il tempo a disposizione per intervenire militarmente sarebbe solo di due settimane, pertanto gli Stati Uniti e Israele dovrebbero essere pronti in un tempo molto ristretto, quasi dall’oggi al domani, per lanciare una operazione militare o di sabotaggio contro i siti nucleari.

Infatti, non appena terminata la visita è iniziata una grande esercitazione militare congiunta tra aerei americani ed israeliani, con tanto di aerei da rifornimento, che si dovranno utilizzare in un eventuale attacco ai siti nucleari in Iran.

Sono tornato da poco da Israele, ho avuto modo di filmare ed osservare uno di questi aerei: negli ultimi anni una esercitazione di simile importanza, così dettagliata, non c’è mai stata. Sono gli ultimi preparativi per un eventuale attacco, se Teheran non rivede le sue ambizioni nucleari.

Cosa vuole Erdogan

TADF: Quali sono le mire geopolitiche e militari della Turchia di Erdogan? Le operazioni contro i curdi delle scorse settimane in Iraq e Siria si collegano alla trattativa in corso sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato?

LU: In teoria la trattativa di Svezia e Finlandia nella Nato e le operazioni militari avrebbero mire differenti, ma Erdogan è riuscito ad unirle per favorire i suoi interessi.

Dopo l’attentato ad Istanbul ha dato immediatamente la colpa ai curdi per l’accaduto, pertanto con tale scusa ha iniziato a bombardare i siti curdi in Siria ed Iraq settentrionale. Iniziata questa operazione, dopo qualche giorno si è fermata perché la Russia, che domina la Siria, sta provando a far raggiungere un accordo diplomatico relativo alla regione settentrionale del Paese.

Pertanto, al momento non ci sono questi bombardamenti, non ci saranno se Erdogan riuscirà ad ottenere quello che vuole senza dover passare per la via militare. La questione dell’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato è collegata perché anche in questo caso Erdogan vuole sfruttare la situazione in suo favore: è cosciente dell’importanza per i due Stati di aderire all’Alleanza e dell’importanza che avrebbe per la Nato.

Pertanto, vuole utilizzare il potere di veto fino a quando non avrà ottenuto ciò che desidera: entrambi i Paesi appoggiano storicamente i curdi, hanno dato asilo a numerosi combattenti, che in Turchia sono considerati terroristi ricercati.

Ora, per interesse nazionale e geopolitico Svezia e Finlandia hanno deciso di concedere qualcosa in merito ad Ankara, dando il via ad alcune estradizioni che paradossalmente violano il diritto internazionale, perché consegnano esponenti a Paesi dove essi saranno probabilmente uccisi o torturati, al fine di poter entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica.

I due Stati compiono questo duro passo pur di entrare nella Nato, che per loro è troppo importante in chiave di sicurezza nazionale.

La strategia cruenta di Mosca

TOMMASO ALESSANDRO DE FILIPPO: Sul campo di battaglia si registra uno stallo, mentre i russi continuano ad attaccare obiettivi civili e gli ucraini colpiscono obiettivi strategici e militari oltre confine in Russia. Cosa dobbiamo attenderci?

LION UDLER: Ritengo necessario analizzare le profonde differenze presenti tra gli attacchi russi e quelli ucraini: Mosca da tempo ha deciso di colpire i civili e le infrastrutture energetiche in maniera crudele. Non ottenendo progressi sul campo di battaglia, ha optato per questa strategia, nel tentativo di spingere Kiev alla resa, dinanzi alla prospettiva di un inverno al buio ed al gelo.

Una soluzione cruenta quanto inutile, dato che gli ucraini non hanno intenzione di arrendersi e, grazie al supporto economico e logistico occidentale, stanno già riparando i danni subiti. Ancora in queste settimane alcune manovre offensive delle milizie russe nel Donbass non hanno portato alcun guadagno di territori, piuttosto un alto numero di perdite di vite umane.

Quanto agli attacchi di Kiev in territorio russo, si tratta di manovre efficaci che non mirano ai civili, piuttosto a colpire obiettivi strategici e militari, da cui spesso partono i bombardieri russi verso l’Ucraina. È da segnalare come Kiev riesca a colpire in profondità la Russia, cosa che continuerà a fare in futuro.

Cosa pensano i russi?

TADF: Gli attacchi ucraini in territorio russo potrebbero comportare dei problemi interni per Putin? Per l’opinione pubblica potrebbe risultare più difficile giustificare il fallimento del Cremlino, incapace di difendere il Paese dalle incursioni esterne?

LU: Dal 24 febbraio questo fattore viene monitorato, anche se a causa della censura presente in Russia affermare con certezza quale sia il sentimento dell’opinione pubblica è complesso. Eppure, appare evidente che qualcosa stia cambiando nel sentimento popolare nel Paese, dato che la percentuale di persone favorevoli alla guerra in Ucraina sta diminuendo.

I russi si sono accorti che la guerra va avanti da più di nove mesi, eventualità impensabile, non preparata neanche dall’intelligence, che colpevolmente non aveva immaginato uno “scenario negativo” a cui far fronte al momento della preparazione tattica dell’invasione.

Falle nella difesa russa

Pertanto, gli attacchi che colpiscono il territorio russo portano l’opinione pubblica a lamentarsi per la vulnerabilità della sicurezza del Paese e dei suoi luoghi strategici. È sconvolgente che i droni ucraini volino per centinaia di chilometri senza essere rilevati dai radar, questo rappresenta una falla nella difesa russa, dato che la base colpita l’altro giorno è vicina alla città di Mosca.

Ritengo comunque molto probabile che l’Occidente stia puntando su questo fattore per indebolire la presa del regime sull’opinione pubblica, attraverso la dimostrazione pubblica della fragilità della nazione.

Putin ancora male informato?

TADF: Nel corso della visita in Crimea Vladimir Putin ha affermato che la Russia dispone di un “esercito di 21 milioni di uomini”, riferendosi ad una possibile nuova mobilitazione. Che valore ha questa dichiarazione? È una dimostrazione di debolezza, data l’incapacità di gestire il conflitto?

LU: Penso che dichiarazioni simili siano rivolte in termini propagandistici all’opinione pubblica della Russia, che così Vladimir Putin prova a compattare. Ha capito perfettamente che le operazioni sul campo non stanno andando come si augurava.

Inoltre, ritengo sia importante annotare un altro fattore, basato almeno sulla mia percezione: credo che lo zar ancora adesso non sia completamente o adeguatamente informato di cosa stia accadendo sul fronte di guerra. Probabilmente le informazioni che riceve sono parziali o inesatte, ragion per cui prende decisioni non conformi allo status attuale del conflitto.

Qualche mese fa ha provato a comprendere la realtà militare ed ha subito deciso di fare dei cambiamenti negli apparati militari, dando talvolta ordini in prima persona.

Tuttavia, ancora adesso ritengo che non sia consapevole della realtà, soprattutto del fatto che da mesi la Russia non ottiene un solo successo militare nel conflitto, anzi ha dovuto abbandonare il fronte di Kherson, solo poche settimane prima dichiarato dallo stesso Putin “territorio russo per sempre”.

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