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Chi grida al fascismo ma minimizza la minaccia anarchica – Lorenzo Gioli

Ad averlo stabilito non è il governo di destra presieduto da Giorgia Meloni, non sono nemmeno i presunti fascisti additati dalla preside del liceo Da Vinci di Firenze, in una lettera tra il surreale e il grottesco, ma la Corte di Cassazione, che ha respinto la richiesta di revoca da parte della Procura generale: Alfredo Cospito, gambizzatore, istigatore di proteste violente nonché potenziale stragista deve restare al 41-bis insieme ai detenuti per cui la legge italiana prevede questo tipo di regime carcerario.

Non parliamo ovviamente di criminali comuni, ovvero il 99 per cento della popolazione carceraria a cui viene spesso riservato un trattamento disumano nel disinteresse del giornalismo “per bene”, ma di terroristi, camorristi, ’ndranghetisti mai pentiti che dalla galera, in modo diretto o indiretto, possono spronare i propri collaboratori ad organizzare attentati.

Chi da sempre grida all’allarme fascista oggi minimizza la minaccia anarchica, invitando ad “inquadrare i fenomeni nel loro contesto”.

Ma qui, ahinoi, c’è poco da inquadrare: venerdì scorso è stato rinvenuto un ordigno, fortunatamente inesploso, ad una porta di servizio del Tribunale di Pisa. Un’azione dimostrativa che fa riflettere non tanto sull’entità del danno, quanto sulla capacità degli anarchici di “avvicinarsi ai palazzi del potere e colpire”, come ha scritto il “Gruppo di solidarietà rivoluzionaria – Consegne a domicilio Fai/Fri” nel suo messaggio di rivendicazione.

Il lutto della sconfitta

Il problema, dunque, esiste eccome. Il resto sono polemiche sterili, montate ad hoc per minare la stabilità di un governo a cui i nostri rappresentanti in Parlamento hanno delegato l’esercizio del potere esecutivo fino allo scioglimento delle Camere, come del resto prevede la nostra Costituzione “nata dalla Resistenza e dall’antifascismo”, per utilizzare un leitmotiv caro al mondo progressista.

E anche questo lutto, prima o poi, dovrà essere elaborato: l’opposizione contesta il governo nel merito di ogni questione, avanzando proposte alternative, e al termine di un confronto franco e auspicabilmente civile la maggioranza decide in autonomia (saranno gli elettori ad approvare o viceversa a bocciare quelle scelte, proprio come accade in tutto il mondo occidentale).

Auto-condanna

Alcuni obietteranno che quella su Cospito è una sentenza ingiusta, non perché i suoi presupposti giuridici siano infondati – in tal caso sarebbe più che legittimo protestare – ma perché la decisione dei magistrati non terrebbe in considerazione il pericolo che corre l’imputato: l’anarco-insurrezionalista Alfredo, come lo definiscono alcuni studenti della Sapienza che inneggiano alla lotta armata rimpiangendo i “favolosi anni Settanta”, ha annunciato di voler rifiutare gli integratori che lo hanno tenuto in vita in questi quattro mesi.

A tal proposito, molti hanno parlato di condanna a morte, ma forse sarebbe meglio chiamarla “auto-condanna”. Perché di questo, in fondo, si tratta: qui non c’è nessuno Stato assassino, dal momento che l’unico a disporre della vita di Cospito è, appunto, Cospito medesimo. Se l’anarchico sceglierà di rinunciare ad ogni assistenza sanitaria e di morire per la sua causa, questa sarà soltanto una sua decisione.

Garantisti improvvisati

Eppure, a sconcertare più di ogni altra cosa non sono tanto le manifestazioni di piazza in difesa di Cospito, alle quali sfortunatamente siamo ormai assuefatti, ma la mobilitazione a cui hanno aderito in massa iper-giustizialisti che, di colpo, non si sa il perché e il per come, si sono scoperti garantisti.

Coloro che hanno sempre difeso l’operato della magistratura oggi si stracciano le vesti in difesa del noto gambizzatore ignorando o fingendo di ignorare le vere storture che, da trent’anni a questa parte, affliggono il nostro sistema giudiziario.

I detenuti ignoti

Si pensi a quanto accade in alcune carceri italiane, dove solo nel 2022, 84 persone si sono tolte la vita nell’indifferenza generale. A meno di nostri eventuali errori, dei quali eventualmente ci scusiamo, l’ultima ad aver toccato il tema è stata la giornalista Francesca Fagnani nel suo monologo al Festival di Sanremo, una breccia nella cupola di conformismo che grava sul palco dell’Ariston:

Se non faremo in modo che chi esce dal carcere sia migliore di come è entrato, sarà un fallimento per tutti. E se non ci arriviamo per civiltà, umanità e per rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, arriviamoci per egoismo. Conviene a tutti che quel rapinatore, quello spacciatore, una volta fuori cambi mestiere.

Ragionamento che ovviamente vale per chi decide di incamminarsi sul sentiero impervio della redenzione, scontando la propria pena. Non certo per chi, come Cospito, elargisce minacce cercando di piegare la legge a proprio vantaggio.

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