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Blog | Schlein e De Micheli, la sinistra deve sostenere le candidature femminili rimuovendo gli ostacoli – Il Fatto Quotidiano

La nomina di Giorgia Meloni a Presidente del Consiglio ha acceso un dibattito su quanto i partiti, tutti, anche l’unico guidato da una donna, siano ancora profondamente maschilisti e quanto le leadership femminili facciano ancora fatica ad emergere.

In questi giorni ne abbiamo una riprova se osserviamo quello che sta succedendo all’interno del Partito Democratico rispetto alle candidature al prossimo congresso che ne decreterà la nuova segreteria.

Finalmente, dopo i tentativi falliti di Rosy Bindi nel 2007 e di Laura Puppato nel 2012 di guidare il Pd, due donne ci riprovano e si mettono in gioco con coraggio e determinazione, quel coraggio e quella determinazione che spesso manca alle donne del partito e che sono accusate da commentatori, giornalisti ed anche dai militanti di essere cooptate dai capi corrente, tutti rigorosamente maschi, senza mai misurarsi e di non agire quei conflitti, necessari per sradicare quel maschilismo presente all’interno del partito.

E’ chiaro che dentro una comunità che si dichiara “femminista” ma che del femminismo ha dimostrato di avere ben poche caratteristiche, è difficile per qualsiasi donna prevalere; non bastano, tenacia e capacità, per affermarsi. Ci vogliono sicuramente congiunzioni astrali favorevoli per abbattere il potere che un manipolo di uomini detiene saldamente in mano e che non ha nessuna voglia di abbandonare, ci vuole la consapevolezza di affrontare un percorso con ostacoli ben maggiori di quelli che deve affrontare un uomo.

Non appena Paola De Micheli e Elly Schlein hanno deciso di candidarsi sono iniziate, con modalità diverse, sia da parte dei media, ma in modo più preoccupante, all’interno del partito, analisi, valutazioni, giudizi, censure che, guarda caso, non sono mai riservate ai candidati uomini.

Paola De Micheli è stata sin dall’inizio quasi “oscurata” come spesso succede anche a livello locale quando c’è una candidatura femminile. Supportare le leadership femminili significa anche dare spazio, attenzione, visibilità alle candidature. Non basta ribadire negli statuti, negli ordini del giorno, che il tema dell’uguaglianza è ben presente all’interno del Pd, quando poi queste parole non sono accompagnate da alcun gesto concreto che segnali un’inversione di rotta. Perché, se per la democrazia paritaria ci si appella spesso agli articoli 3 e 51 della Costituzione che prevedono di “rimuovere gli ostacoli” che di fatto impediscono una piena partecipazione all’organizzazione politica, questo principio non deve ancor più valere all’interno di un partito politico, che oltretutto si dichiara femminista?

Per Elly Schlein invece la copertura mediatica c’è stata, ma sono iniziate subito una serie di critiche più o meno velate: non è una tesserata del Pd, proviene da una famiglia ricca, è nata in Svizzera e con la doppia cittadinanza italo americana. La ciliegina sulla torta è che femminista e bisessuale. Ah dimenticavo… è anche ebrea. Continuo a chiedermi se ad un candidato uomo siano mai state riservate queste analisi, se nei precedenti congressi si siano mai esaminati i natali, gli orientamenti sessuali, l’entourage familiare senza mettere invece in risalto la storia politica, i programmi, la visione che ha e che vuole imprimere al partito.

Anche da parte di molte colleghe delle due candidate non c’è stato quell’afflato, non dico sorellanza, che ci si aspetterebbe proprio dalle donne che aspirano ad un partito più equo e paritario.

E’ vero e l’abbiamo ribadito più volte: non ci interessa una donna in quanto donna, essere biologicamente di sesso femminile non garantisce affatto impegno, considerazione e partecipazione ai diritti delle donne, ma le due candidate, in modi differenti hanno, nel corso della loro carriera politica, dimostrato di avere posto attenzione a questi temi.

Esaminando la storia delle due aspiranti non si può non ricordare che Paola De Micheli, quando è stata ministra nel governo Conte 2, ha promosso e nominato moltissime donne in ruoli chiave, in partecipate importanti e che nel suo gabinetto e nel suo ministero la maggioranza delle dirigenti erano donne. Ha affermato più volte che il problema della partecipazione delle donne all’interno del partito e nelle istituzioni non è più eludibile.

Elly Schlein è invece una femminista doc, giovane 38enne che incarna il femminismo intersezionale e sia da parlamentare europea che da vice presidente della Regione Emilia Romagna ha sempre orientato la sua politica tenendo al centro il contrasto alle disuguaglianze, alle discriminazioni, al lavoro e alla tutela dei diritti di tutte e tutti. Il suo profilo ha fatto dire a Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, che se vincerà lei, lui lascerà il partito.

E allora mi chiedo e chiedo a coloro che in questi anni hanno sempre lamentato la difficoltà di affermare leadership femminili, hanno sempre denunciato una grande disparità di genere nella classe dirigente, hanno ingoiato rospi vedendo l’ascesa della prima donna di destra alla Presidenza del Consiglio, se non è giunto il momento di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e se non di appoggiare queste candidature femminili, almeno di sostenerle per competere ad armi pari e senza handicap.

Perché in ogni caso un grazie il Partito Democratico glielo deve: quello di non doversi, ancora una volta, vergognare di proporre primarie di soli uomini.

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