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Zuppi, l’uomo giusto al posto bollente. I nodi per rilanciare la Cei

Li hanno chiamati “i vescovi di strada”, lui e alcuni altri che incarnano l’idea bergogliana di Chiesa in uscita, ospedale da campo. Sono i missionari sociali. La riflessione di Riccardo Cristiano

A gennaio di quest’anno, nell’omelia pronunciata in occasione dei funerali di David Sassoli, don Matteo Zuppi ha detto: “Il Vangelo ci parla di Beatitudine. Attenzione, non è diversa dalla felicità umana, anzi è proprio felicità piena, proprio quella che tutti cerchiamo. La beatitudine del Vangelo non è una sofferta ricompensa ultima per qualche sacrificio, ma libertà dalle infinite caricature pornografiche di felicità del benessere individuale a qualsiasi prezzo. Non c’è gioia da soli! La gioia del Vangelo unisce, non divide dagli altri e noi cerchiamo non una gioia d’accatto, ma vera e duratura. Debbo dire che vedendo quanto amore si è stretto in questi giorni intorno a David e alla sua famiglia capisco con maggiore chiarezza che la gioia viene da quello che si dona agli altri e che poi, solo dopo averla donata, si riceve, sempre, perché la gioia è nell’essere e non nell’avere, nel pensarsi per e non nel cercare il proprio interesse. Felici sono i poveri in spirito, chi non sa tutto da solo, chi anzi sa che non è ricco e non fa finta di esserlo tanto da non chiedere scusa o aiuto, chi impara e cerca. Beati sono gli afflitti: non chi cerca la sofferenza, ma chi non scappa dalle difficoltà, le affronta per amore e per amore piange per l’amato. Beati sono i miti, chi non cerca nell’altro la pagliuzza ma il dono che è, chi non risponde al male con il male, chi in modo amabile cerca di fare agli altri quello che vuole sia fatto a lui”. Forse in queste parole si trova la più chiara e autentica sintesi del motivo di fondo per cui papa Francesco voleva il cardinal Zuppi al vertice della Conferenza Episcopale Italiana.

Li hanno chiamati “i vescovi di strada”, lui e alcuni altri che incarnano l’idea bergogliana di Chiesa in uscita, ospedale da campo. Sono, direi io, i missionari sociali. Ma forse la cosa strana è che non sia un errore definirli così, ma piuttosto che questo nome, questo riferimento alla strada, alla compagnia degli ultimi, risulti per tante cronache una novità.

La figura di transizione dal vecchio mondo episcopale italiano a quello di Zuppi, il parroco in bicicletta, a suo agio tra i senza tetto come tra i rom, è stato il presidente uscente, il cardinal Bassetti. Bassetti però lascia ancora tutti da scrivere i capitoli decisivi per rilanciare la Cei: il sinodo, imposto dal papa ma scansato dalle strutture, abituate più ai progetti culturali che ai processi ecclesiali, l’inchiesta sulla pedofilia, la valorizzazione delle donne e dei laici. Tutti fronti su cui, se si è fatto qualcosa, non si è fatto abbastanza.

Matteo Zuppi appare l’uomo giusto al posto bollente, dopo un apprendistato da tanti definito eccellente nel governo di una grande città come Bologna. Ma il boccino è nelle mani del papa: l’ex parroco di Santa Maria in Trastevere potrà scegliersi da solo, senza passare attraverso il Consiglio Permanente, il suo “sottosegretario alla presidenza del consiglio”, cioè l’uomo macchina, il segretario della Cei?

Per fare quello che il papa ha chiamato un bel cambiamento, questo passo sembra essere a molti quelli che serve da subito. Intanto la Chiesa italiana festeggia quel che a tutti apparirà tanto nuovo quanto indiscutibile: ora la guida un prete “giovane”, per certi parametri molto giovane. Non è cosa da sottovalutare.

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