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Wokecup in Qatar: l’ipocrisia di chi si sveglia solo ora e solo per la causa Lgbtq – Enzo Reale

Assegnare i mega-eventi sportivi alle dittature è immorale. Boicottarle è discutibile ma legittimo. Partecipare per poi indossare braccialetti è solo ridicolo

La FIFA ha detto no. I capitani di sette nazionali europee impegnate nel Mondiale in Qatar (Inghilterra, Galles, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svizzera) non potranno indossare i bracciali arcobaleno in segno di solidarietà con la causa Lgbtq.

Federazioni e calciatori si sono subito adeguati per evitare penalizzazioni (nel concreto un cartellino giallo ad inizio partita), dimostrando la profondità delle loro convinzioni: il virtue signalling può perfino essere pratica nobile se si crede fermamente nella causa per cui si pretende di lottare, diventa mero snobismo se ci si ritira al primo ostacolo.

FIFA indifendibile

Fin troppo prevedibile la reazione sdegnata dell’opinione pubblica impegnata, per una decisione peraltro attesa e addirittura scontata. Attesa perché la FIFA non ha mai brillato per anti-conformismo, e sarebbe stato difficile sperare in un cambio di rotta proprio dopo l’assegnazione dell’organizzazione delle ultime due Coppe del Mondo a regimi illiberali come Russia e Qatar.

Scontata perché, nel momento in cui si decide di partecipare a un evento internazionale di queste caratteristiche, se ne accettano implicitamente le regole e le condizioni. Altrimenti perché durante le Olimpiadi invernali cinesi dello scorso febbraio, gli atleti non hanno preteso di esibire sulle rispettive divise il logo Free Tibet or Justice for Xinjiang? Perché sarebbero stati sanzionati dall’organizzazione, esattamente come in Qatar.

Intendiamoci. La FIFA è indifendibile, il processo deliberativo che ha regalato il Mondiale alla famiglia Al Thani è stato piagato dalla corruzione, il discorso dei “tremila anni” di Infantino si è risolto in un delirio di luoghi comuni.

L’indignazione a spizzichi e bocconi

Solo che di ipocrisia in questo caso non vive solo il governo del calcio ma anche i suoi critici. Da quanti anni si sa che il Qatar organizzerà l’evento? Da dodici.

Cosa è stato fatto nel frattempo a livello internazionale per denunciare le violazioni dei diritti civili nell’Emirato? Posso sbagliare, ma non ricordo manifestazioni oceaniche a favore dei lavoratori immigrati morti durante la costruzione degli stadi, né contro la discriminazione delle donne o degli omosessuali.

Ricordo piuttosto i nostri attivisti e le nostre femministe impegnati/e in una strenua battaglia contro il machismo e il patriarcato nelle democrazie occidentali.

Ma l’indignazione a spizzichi e bocconi ha radici più profonde. I regimi autoritari e totalitari sono stati spesso gratificati con manifestazioni sportive di alto livello, sia dalla FIFA, che dall’UEFA, così come dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale): Italia 1934, Berlino 1936, Jugoslavia 1976 e 1984, Argentina 1978, Mosca 1980, Pechino 2008 e 2022, Sochi (Russia) 2014, di nuovo Russia 2018.

Doha non è il peggior scandalo

Difficile sostenere che quello del Qatar costituisca un precedente inedito o specialmente controverso. A meno di non voler applicare un criterio di giudizio selettivo nei confronti delle diverse dittature e sottese ideologie che, oltre che discutibile, non necessariamente risulterebbe sfavorevole a Doha, basandosi su criteri strettamente oggettivi.

Esistono nel nostro tempo scandali politici più eclatanti dell’annessione forzosa di territori appartenenti ad altri Stati (Crimea) o del sistema di campi di internamento massivo per minoranze etniche (Xinjiang)? Dov’erano allora quelli di One Love?

Un problema di relazioni internazionali

Guardare l’albero fa perdere di vista il bosco. E addentrarsi nel bosco in questo caso chiama in causa un problema essenziale delle relazioni internazionali contemporanee: come devono comportarsi a tutti i livelli (politico, economico, diplomatico, culturale, sportivo) le democrazie liberali nei confronti dei regimi autoritari/totalitari?

Chi scrive è idealmente vicino a quella cerchia sempre più esigua di liberali che il prof. Gerry Simpson (London School of Economics) definirebbeanti-pluralisti”: per farla breve, si tratta di coloro che sostengono la non equivalenza dei sistemi politici e l’idea che la legittimità degli Stati dipenda principalmente dal grado di rispetto dei diritti e delle libertà dei propri cittadini.

Sfonderebbe quindi una porta aperta con il sottoscritto chi ritenesse di non dover concedere nulla, nemmeno un evento sportivo, a chi se ne fa beffe per sistema. Ma purtroppo mi sembra che nell’attuale ordine internazionale le cose vadano diversamente e che l’apertura di credito di cui hanno goduto negli ultimi decenni le potenze autoritarie le abbia rese interlocutori obbligati delle democrazie liberali, con tutte le conseguenze del caso.

Quindi non dobbiamo protestare se il Qatar viola i diritti di lavoratori, donne e omosessuali? Più che altro dovremmo evitare di premiarne la condotta, proprio come si sarebbe dovuto fare (ma non è stato fatto) nei confronti dell’Italia fascista, della Germania nazista, della Cina comunista e della Russia sovietica o putiniana.

Riassumendo: assegnare competizioni sportive internazionali a dittature è – dal mio punto di vista – certamente immorale; boicottare (non partecipare) le competizioni una volta aggiudicate è atteggiamento discutibile ma del tutto legittimo; decidere di partecipare per poi indossare braccialetti woke è invece ridicolo.

E le Olimpiadi in Cina e Russia?

A pensar male si fa peccato, si sa, ma ci si diverte. Perché il Mondiale in Qatar è visto quasi unanimemente come uno scandalo mentre le Olimpiadi nella Cina dei laogai e nella Russia degli oppositori avvelenati (e degli omini verdi in Crimea) erano una grande opportunità di apertura e di integrazione?

Può darsi che dipenda dal fatto che a Doha, invece della bandiera rossa e dell’anti-occidentalismo di maniera, sventola l’iper-capitalismo “selvaggio” dei petroldollari? Insomma, né proletari, né rossobruni, ma semplicemente ricchi da fare schifo?

Può darsi che sia la conseguenza della fine dell’era dei diritti umani (cioè di tutti) e dell’avvento di quella dei diritti collettivi (cioè di gruppi)? Non è forse nell’identitarizzazione dei diritti che si consuma il divorzio definitivo tra il liberalismo classico e il wokismo alla Harry Kane?

Gli iraniani rischiano la prigione

A ben guardare, però, le risposte sono già sotto i nostri occhi. Mentre i leoni di Sua Maestà rinunciavano alla loro lotta Lgbtq per paura di un cartellino giallo, i figli dell’Iran martoriato dagli ayatollah rifiutavano di cantare l’inno nazionale in mondovisione. C’è chi rischia la squalifica arcobaleno e chi la prigione di Evin. Così va il Mondiale.

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