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Vita da Oss, gli unici che non rimuovono gli anziani dalla loro vita

L’Italia è un paese mediamente longevo, abitato da molte persone anziane e poche nell’età dell’infanzia. I colori ottobrini si adattano al nostro paesaggio umano. Poiché questa è la nostra normalità, possiamo percorrerla senza soffermarci a notarla con stupore costante.

A volte, accade che una o più forze politiche alzino la voce e dicano: ci servono più bambini. In queste occasioni segue un gran preoccuparsi di esseri viventi che non esistono ancora. “Ci servono”, dicono. Ne abbiamo bisogno per questioni economiche e strumentali.

Gli anziani non più produttivi e autosufficienti, invece, non ci servono più. Possiamo non parlarne mai.

Da quando Il Covid ha fatto il suo ingresso sul pianeta terra molto è cambiato, troppo non è cambiato affatto.

Tra le cose tornate a funzionare al loro pieno regime pre-pandemico si annovera la disinvoltura nell’ignorare l’esistenza delle strutture di ricovero per anziani.

Con esse, ignoriamo la loro intera popolazione fatta di pazienti e personale sanitario.

Come quando abbiamo parlato del rapporto studenti-insegnanti tra le mura di un sistema scolastico precarizzato, anche in questo caso siamo di fronte a un rapporto di cura e mutuo scambio quotidiano.

In particolare, parlando del personale Oss (operatore socio sanitario), siamo di fronte a chi trascorre la grande maggioranza dell’ultimo tempo di vita con cari e congiunti di milioni di famiglie. Soprassedere sulle condizioni di lavoro di queste persone equivale a soprassedere sulla qualità della vita dei pazienti.

Una scelta diversa

Alessandro Serrano’ / AGF

Gianni ha 36 anni, viene dalla provincia di Cagliari e vive in Veneto. Lo contatto come si contatta un amico perché in effetti ci conosciamo da tempo. Ricordo le sue prime apparizioni tra amicizie comuni, faceva un lavoro che per i miei coetanei maschi e post-universitari, ancorché abituati ad arrabattarsi con gli impieghi più vari, era inusuale.

Faceva l’Operatore Socio Sanitario in una Rsa, che è poi quel che fa tuttora. Non avevo mai chiesto il perché e il come. Lo faccio stavolta, in videochiamata.

Racconta che alle superiori ha frequentato un Istituto tecnico industriale con indirizzo informatico.

Poi si è iscritto alla facoltà di lingue. È partito bene, è passato a Storia, ha mandato tutto all’aria, si è dato al Servizio civile. «Mi occupavo di fare compagnia ad alcune persone anziane o non autosufficienti nei momenti in cui non erano presenti badanti e famigliari.

Non avevo mai pensato di lavorare nel sociale, ma sentivo che qualcosa si era smosso.» Passano gli anni e i lavori precari: il call center a 450 euro al mese in Sardegna, un altro call center a Lisbona, «ma non c’erano prospettive, e i lavori che richiedono questo tipo di freddezza e cinismo mi facevano stare male. Vendere mi faceva stare male.»

Si sposta a Venezia con la compagna dell’epoca e lì fa il cameriere e il guardiasala alla Biennale. Pensa al servizio civile, l’unico momento in cui ha lavorato sentendosi bene.

La notte di Natale del 2014 trova in rete un corso intensivo per Oss a Rimini. Costa 3500 euro che non ha. Fa quello che non ha mai fatto prima, chiedere aiuto ai genitori.

I dieci mesi di studio e il tirocinio lo convincono sempre di più. Prende la qualifica, torna a Venezia e prepara i curriculum, cinque minuti dopo il primo invio riceve una chiamata con proposta di colloquio.

È una casa di riposo privata gestita da una cooperativa nell’entroterra veneziano. Viene assunto, è ufficialmente un Oss.

Essere Oss

Augusta ha portato le brioches e io ho fatto una tisana. Ha meno di cinquant’anni, come Paolo vive in Veneto ed è arrivata dal Cile nel 1998, già cittadina italiana in quanto nipote di emigrati.

In Cile aveva studiato da segretaria amministrativa, in Italia si è formata come Oss nel 2003. «Sembra che significhi solo pulire sederi e dare da mangiare, che gli anziani abbiano solo quei bisogni, ma non è così.» Allora le chiedo: per te che cos’è questo lavoro?

Augusta dice:

«Questo lavoro non può essere troppo distante da quella che sono io che lo faccio. Voglio dire che io sono una persona che tutti i giorni ha dei bisogni per 24 ore al giorno. Non esiste chiusura. Ho bisogno di igiene e di alimentazione, ma anche di relazione.

L’anziano – che è sempre una persona – ha queste necessità che sia in carrozzina oppure allettato, che cammini oppure no. La sfera non è solo assistenziale, ma anche emotiva. Se un paziente non può esprimersi sarò io a dover capire perché non mangia.

Ti faccio un esempio, poco tempo fa una signora nel mio reparto ha smesso di mangiare. Si pensava fosse depressa, o che non le piacesse il cibo.

Poi le ho pulito la bocca ed era piena di afte, ma non poteva spiegarlo perché soffre di demenza.

Un’igiene non è solo un’igiene, è la scansione di un corpo. Dobbiamo essere in grado di capire quali segnali dà questo corpo».

Augusta racconta che quando ha iniziato per lei si trattava di un mondo completamente nuovo, a partire dal fatto che in Cile non era abituata a vedere così tante persone anziane. Eppure ha scoperto che era portata.

«La prima signora su cui ho posato le mani aveva 102 anni. Ho pensato a mia mamma e al pudore che avevano le generazioni prima della mia nel farsi vedere e toccare. Sono alla nostra mercé, devono accettare di essere toccati da un’emerita sconosciuta. Sono indifesi. Ho provato tanto rispetto.»

Pregiudizio

Alessandro Serrano’ / AGF

Parlare del proprio lavoro è una questione delicata perché il lavoro è quella cosa che ti fa vivere, ma il lavoro puoi perderlo o essere indotto a lasciarlo. La percezione di questo rischio si aggrava in un sistema economico che tende all’erosione delle tutele.

È un concetto che vale la pena ribadire anche se appare banale. Perché questo è il motivo per cui la quasi totalità delle persone con cui ho parlato finora, che avessero un contratto a tempo determinato o indeterminato, che lavorassero in nero o a progetto, ha chiesto uno pseudonimo.

Nel caso di Giovanna ci troviamo a dipanare un nodo in più. Ha 47 anni, vive in Italia da ventuno e viene dalla Romania. Quando scrivo questi dati mi chiede se sono sicura di voler specificare la provenienza.

Ne parliamo, insieme decidiamo che l’approccio migliore è spiegare perché ci si debba ancora preoccupare di dichiarare il proprio paese di origine.

È il 26 settembre e alla televisione, accesa senza volume, passano i volti di chi rappresenterà il nuovo governo. «Ti offendono ancora alla grande per la provenienza, ci sono persone che pensano che hai scelto di fare la Oss perché, in quanto immigrata, non sei capace di fare altro. Ignorano le trafile burocratiche che ti possono impedire di fare il tuo mestiere o di apprenderne un altro.»

In Romania Giovanna ha studiato presso un liceo con indirizzo biochimico, ha lavorato come disegnatrice tecnica, poi è venuta la decisione di spostarsi in Italia. È però il 2001, e la Romania diventerà paese membro dell’Unione Europea solo nel 2007.

«Inizialmente ho lavorato nell’assoluta illegalità come badante. Avevo un visto che scadeva ogni tre mesi, tornavo in Romania e poi rientravo in Italia. Dopo qualche tempo la famiglia dell’anziano che seguivo mi incita a non tornare a casa. Dicono di volermi mettere in regola e che avevano già avviato le pratiche. Io ci ho creduto, il visto è scaduto, a quel punto mi hanno avuta in pugno.

Ero una clandestina ed ero giovanissima. Conoscevano la mia fragilità e mi hanno distrutta psicologicamente, dicevano: guarda che si vede che sei straniera, guarda che ci sono i carabinieri, ti possiamo denunciare. È andata avanti per quattro anni.

Ero arrivata a pesare quaranta chili, in un momento di depressione fortissima per un attimo ho pensato che piuttosto di continuare così sarei andata a prostituirmi. Per fortuna avevo un’amica che stava quassù, a Treviso, e con il marito è scesa a prendermi e portarmi via. Sono stata da loro fino a che non ho iniziato a fare pulizie, sempre in nero. Continuavo a essere clandestina.»

Giovanna riesce poi a trovare un appartamento in affitto e incontra il suo futuro e attuale marito. Mentre racconta usa delle parole precise, dice «ho conosciuto accidentalmente mio marito».

Di nuovo, c’è qualcosa da spiegare. «C’è chi pensa che si viene qui con lo scopo di fregare mariti e lavoro, dicono tornatevene a casa vostra. La cosa più sorprendente è che questi pensieri vengono da un popolo che è emigrato ovunque nel mondo.»

Dopo il matrimonio Giovanna ha acquisito il permesso di soggiorno e la possibilità di formarsi e qualificarsi come Oss.

Infantilizzazione

Maria Laura Antonelli / AGF

Con Paolo ci vediamo in un bar a Trastevere, è un contatto di Gianni. Anche lui è sardo, vive a Roma dove ha costruito una famiglia.

«Sono nuovo nel settore socio sanitario e prima non avrei mai pensato di lavorarci. Fin dai diciotto anni ho sempre fatto il musicista e lavorato come barista: in Inghilterra, nei resort in Sardegna, qui a Roma in locali notturni. Nel 2018 ho cambiato carriera e aperto un negozio di artigianato sardo contemporaneo.

Funzionava e mi piaceva non lavorare più di notte, ma dopo appena un anno è arrivato il Covid. Finiti i turisti, finito tutto.

Non ti vorrei dire che ho sentito una vocazione, perché non è vero, ma ad aprile 2020 mi ha colpito che la gente venisse ricoverata e morisse senza poter vedere nessuno. In più ho capito che il lavoro era là.»

Si dice che non è un lavoro per tutti, ma Paolo osserva che nessun lavoro è per tutti, e che lui non riuscirebbe a stare davanti a un computer in un ufficio. Chiedo: cos’è che ti è piaciuto al punto da farti restare? Paolo dice: il contatto umano.

«Non so se è una forzatura, ma c’è una cosa simile che provo in entrambi i lavori. È la sensazione che di fronte all’alcol, che è una forma di svago che impatta il corpo, si livella tutto così come di fronte alla sofferenza fisica.

Anche le classi sociali. È vero che se sei ricco puoi farti curare meglio, ma di base non cambia la disposizione d’animo rispetto al male che senti.

È vero che puoi andare in una bettola o in un bar da soldi, ma c’è un livellamento emotivo che ti fa tornare una persona uguale alle altre.»

Una cosa che non gli piace, invece, è chi tratta i ricoverati come bambini: «chi infantilizza il paziente, anziano o meno che sia. Non lo trovo rispettoso, ed è frequente.»

Penso a un romanzo di Fleur Jaeggy che si intitola Proleterka (Adelphi, 2001) e a una frase riferita al relazionarsi con una persona disabile che dice: «L’infermiera vezzeggiava il gemello trattandolo da infante. Questo non è bene. È un’offesa».

Teoria e pratica

«Tra tirocinio e realtà c’è un abisso. Nella realtà devi correre e i turni sono massacranti. La sera tornavo distrutto e mi veniva da piangere, mi chiedevo se avevo sbagliato. Mi capitava di fare 14 turni consecutivi senza riposo, di fare una notte ed essere richiamato per il turno della mattina.»

Abbiamo lasciato Gianni neo-assunto da una cooperativa. Le cose non vanno bene, le assunzioni avvengono tramite agenzia interinale e quasi nessun dipendente è indeterminato.

Il personale si licenzia in continuazione e sono sempre sotto organico, un giorno si trova da solo con 30 pazienti. Prende 950 euro netti per 38 ore. Li supera facendo straordinari e arriva a fare 50 ore in sei giorni.

Dopo tre mesi non dorme più e decide di cambiare. Viene subito chiamato a Venezia centro storico.

La struttura è una casa di riposo Ipab con contratto pubblico a tempo determinato.

Le Ipab (Istituti pubblici di assistenza e beneficenza) furono istituite per regio decreto. Dopo numerose riforme, a partire dal 2001 sono state sottoposte a un non poco criticato processo di depubblicizzazione che, in Veneto, non è ancora giunto al suo compimento.

Lo stipendio di Gianni passa a 1.400/1.500 euro, il lavoro è duro ma molto più organizzato, «mi sono trovato benissimo, non eravamo tutti sempre arrabbiati, mi sembrava un sogno.»

Dopo due anni fa il concorso ed entra in graduatoria, nel 2018 viene assunto a tempo indeterminato. Ora vive e lavora a Padova, è entrato nel sindacato.

«Ho lavorato sia nel pubblico che nel privato e l’idea principale che mi sono fatto è che al centro del privato c’è la massimizzazione del profitto. Ciò che viene presentato con un’aura di grande servizio sociale in realtà consiste nell’essere pagati male ed essere sempre sotto organico. Conosco colleghi che arrivano da Rsa private distrutti moralmente e fisicamente. Il sindacato purtroppo riesce a essere più presente in strutture come la mia che non su privato e cooperative.»

Continuità

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«Nel privato comandano i soldi e i sindacati ci sono, ma non hanno forza» dice Augusta. «Nel privato c’è meno controllo sui turni e si vaga per i reparti. Se gli anziani non ti conoscono e tu non conosci gli anziani non può essere reso un servizio adeguato. Se non so se sei fragile o aggressivo ti darò solo la base dell’assistenza, per non rischiare di farti male o di irritarti.»

Continuità è una parola importante nella gestione e nell’accudimento della terza età.

Rievocando le parole degli insegnanti precari intervistati a settembre, è possibile aggiungere che continuità è una parola importante anche nella formazione delle nuove generazioni.

La popolazione adulta, produttiva, sana e normata di questo paese, quella che prende decisioni attinenti le vite delle persone minori, di quelle più vecchie e di quelle non autosufficienti, a un certo punto deve aver deciso che parcellizzare queste esistenze fosse l’approccio più conveniente, e che le conseguenze non sarebbero state un problema così grave.

Privilegio o diritto

Paolo si dice fortunato: «vorrei dirti che sono un privilegiato, ma la mia situazione non dovrebbe essere un privilegio.» Adesso lavora in una clinica di neuroriabilitazione, un privato convenzionato, in un reparto dove è stato avviato un progetto pilota che prevede un organico sopra la media: tre Oss e tre infermieri su 28/30 pazienti.

Il privilegio consiste anche nell’essere stato assunto a tempo determinato con proroga di un anno e mezzo e buone prospettive per il futuro.

«Credo che tutti nel settore sanitario dovrebbero essere a tempo indeterminato. La qualità del lavoro si collega alle condizioni di contratto. Non puoi sviluppare l’amarezza e lo stress dell’indeterminatezza quando devi occuparti di una persona fragile.»

Il tempo per mangiare

La polmonite da inalazione, o polmonite ab ingestis, si verifica quando le sostanze deglutite vengono inalate nei polmoni. Questo può avere conseguenze anche mortali nei soggetti più fragili.

Può accadere a bambini molto piccoli, può accadere ad anziani e, in generale, a pazienti con problemi di disfagia (difficoltà a deglutire). L’ab ingestis è una grande preoccupazione per ogni Oss.

Da un lato ci sono gli anziani e i loro bisogni, dall’altro il minutaggio per ospite. In molte strutture – pubbliche o private che siano – ci sono venti minuti per l’igiene e trenta per il bagno. Dieci minuti per il cibo. Nell’equazione va inserito anche il progressivo peggioramento delle condizioni dei pazienti.

Una delle persone interpellate ha raccontato: «Con l’aumentare delle difficoltà economiche le famiglie tendono a tenere i parenti a casa fino a che non sono troppo gravi. Ma se i reparti hanno sempre più casi gravi non si può pretendere che vengano accuditi con lo stesso personale e le stesse tempistiche. Se ci sono troppi pazienti da imboccare in 30 minuti, pur di non rischiare un ab ingestis, capiterà che si scelga di dare una quantità inferiore di cibo. A volte servirebbe qualcuno che venga solo a imboccare.»

Da un’altra testimonianza si riporta:

«Alternare decubiti significa cambiare la posizione del paziente allettato in modo che non sviluppi piaghe. La legge prevede che avvenga ogni due ore. È fattibile? Assolutamente no, se lo alterni due o tre volte in un turno sei fortunato.

Quando lo lavi, se mangia, a fine turno. Non dovrebbe farlo una persona sola, ma la notte è così.

C’è un solo operatore o una sola operatrice per sei stati vegetativi e quaranta ospiti vigili.

Poi parliamo di spalle rovinate e di ernie. Per quanto riguarda il personale infermieristico, durante un turno di notte, un infermiere può trovarsi da solo con duecento ospiti.»

Non è importante di chi siano queste parole, perché non c’è niente di inusuale, niente di irregolare, niente di difforme rispetto a norme e protocolli spesso scollegati dalla realtà, niente di non previsto in un sistema che non ha a cuore gli ultimi anni delle nostre vite.

Covid

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Quando le persone hanno iniziato ad avere sintomi respiratori e febbre alta nessuno aveva idea di come comportarsi, racconta Augusta. Le informazioni erano un marasma, i dispositivi carenti o nulli.

Quando sono arrivati i tamponi per il personale Oss sono emersi oltre venti positivi. Il bisogno era tale che lei ha deciso di andare, volontaria, al reparto Covid.

«A un certo punto una delle colleghe ha detto “io mi sento Caronte”. Avevamo una media di tre decessi per turno. Chiamavo un’amica e piangevo. Non li vedevo solo morire, ma soffrire. Colleghi e colleghe dalla tempra molto forte mi hanno detto di avere paura delle conseguenze psicologiche.

Il colpo di grazia è arrivato dopo Pasqua, quando ci hanno regalato un’orchidea di ringraziamento ed è arrivata l’ultima normativa sul trattamento delle salme.

Dovevamo sciacquarle con la candeggina e poi metterle nei sacchi. Le colleghe più umane riuscivano a fare una preghiera, io facevo il segno della croce.

Non sapevamo se erano cattolici ma cercavamo di dare un trattamento dignitoso. Chi è tornato dalla malattia lo ha fatto con gravi conseguenze, qualcuno non parlava più, o non deglutiva, o non camminava, o riportava piaghe da decubito per carenza di personale. Non ci hanno offerto nessun supporto psicologico. Ci siamo aiutate tra di noi.»

Opportunità e disparità

«Manca l’opportunità» dice più di una volta Giovanna, ripetendo la base di un concetto che è cardine nel suo pensiero.

«Se non hai una base economica per proseguire gli studi, ti manca l’opportunità. Questo non vale solo per me, che sono stata fortunata perché l’unione con mio marito mi ha messa in una condizione più favorevole. Vale per i giovanissimi» prosegue indicando un punto che coincide con la stanza di suo figlio, «Vale per chiunque non abbia le possibilità» chiosa indicando un altro punto ancora, fuori dalla finestra, dove a meno di un chilometro più in là si trova un centro di accoglienza per rifugiati. Giovanna avrebbe voluto fare l’infermiera ma non ha potuto. Mentre parliamo è lei, da sola, a porsi le domande fondamentali: «Chi può fermarsi tre anni per fare l’università? Perché nel settore sanitario si arriva alla mancanza di personale qualificato? Chi è che può qualificarsi?»

Due giorni prima di incontrare Giovanna, quando ero con Augusta e l’intervista era già chiusa e già parlavamo d’altro, Augusta raccontava con occhi illuminati di suo nipote. Di come sempre gli dice: «ricordati che andando a scuola diventerai un bambino libero.»

Relazione umana

Il giorno in cui Annie Ernaux ha vinto il Nobel per la letteratura ho ricevuto un messaggio di Gianni che chiedeva se avessi letto Il posto. Non lo avevo letto. Diceva che le sue riflessioni sul passaggio da classe bassa a borghesia istruita lo hanno sempre illuminato.

Lo leggo la sera stessa e appunto la frase: «Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto».

L’ho scritto in più di un’occasione e non avrebbe senso non farlo in questa, per la grande maggioranza della sua vita lavorativa, mia madre è stata Oss. Ha lavorato soprattutto presso strutture private, l’ultima delle quali ha finito con l’essere acquisita da una multinazionale francese.

Tuttora mi interrogo su quale possa essere il senso di affidare la cura delle persone a grandi imprese.

Non trovando risposta, decido invece di chiedere a Paolo e Gianni cosa ne pensano dei loro pazienti, o ospiti (in tutte le testimonianze queste due parole si sono alternate liberamente, e non credo sarebbe corretto sceglierne una, perché in fondo cosa sei tu, che devi essere curato, ma abiti anche un luogo, e forse non ne vedrai un altro?). Come funziona, dunque, la relazione umana tra Oss e pazienti-ospiti?

Paolo dice:

«Parlando di relazione umana mi viene da pensare all’ultimo scandal du jour, a quella influencer che ha detto che gli anziani devono stare fermi e non fare niente.

Io li vedo gli anziani che stanno fermi e non fanno niente, non c’è niente di più triste al mondo. Come fai a dire una cosa del genere?

Sulla famigliarità che si crea faccio un esempio tipico. Immagina una signora vedova e autonoma, con figli e nipoti grandi che vivono altrove. Basta un femore rotto.

Arriva in riabilitazione e pensa: la mia vita non sarà più come prima. Deve re-imparare, con una forza di volontà che magari non ha più. 2

Quindi si ribella ed entra in negazione: è come il lutto del tuo sé precedente. Col tempo magari vede dei miglioramenti, inizia a elaborare e noi siamo là. Certo che si affeziona, certo che ci affezioniamo.»

Gianni dice:

«Sono abbastanza sicuro che la maggioranza degli esseri umani non pensa mai a queste persone, che esistono, ma non a casa. Vengono messe da parte. Avere a che fare con degli invisibili mi ha cambiato la vita.

La mia considerazione è che andrebbe rivisto il sistema intero delle case di riposo e delle Rsa. C’è qualcosa che non va. Non si possono vedere trenta persone in carrozzina immobili.

Assumete educatori, assumete animatori. Anche se alcune lavoravano di più sull’educazione sociale, in tutte le strutture in cui sono stato ho visto questa roba qua.

Con il Covid c’è stata una regressione e, visto l’andamento demografico italiano, se ne deve parlare di più. Possibilmente non in maniera sdolcinata. Servirebbe un investimento davvero corposo da parte statale, una rete domiciliare così fitta da non pesare sul parente che si trasforma in caregiver, e una riforma delle strutture.

Poi io ho un’idea pazza: tutti dovrebbero fare un’esperienza di tirocinio. In Rsa ci devi entrare, devi vedere cosa puoi diventare, cosa può succedere a te.»

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