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Vaticano, il caso Rupnik si complica, fra abusi spirituali, scomuniche e denunce sparite

«Casi come quello del padre Rupnik sono di esclusiva competenza del dicastero per la Dottrina della fede, che si avvale dei superiori religiosi per realizzare tanto le investigazioni previe come gli eventuali processi amministrativi-penali. In questo caso il Dicastero ha ricevuto direttamente una denuncia (nel 2021, ndr) di superamento dei limiti consentiti nelle relazioni tra padre Rupnik e persone adulte consacrate della comunità Loyola, in Slovenia, mentre esercitava attività pastorali vincolate al ministero sacramentale. Questi fatti sono accaduti nei primi anni Novanta del secolo scorso».

Si è espresso in questi termini il Preposito generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa, nel discorso di fine anno tenuto lo scorso 14 dicembre nella curia generalizia di Roma della Compagnia di Gesù.

Il riferimento è al controverso caso di padre Marko Ivan Rupink, gesuita, teologo e artista di fama mondiale le cui opere si trovano in molte delle chiese e dei santuari più celebri del mondo.

Secondo le notizie emerse nelle ultime settimane, Rupnik sarebbe al centro di una vicenda che lo vedrebbe come responsabile di abusi sessuali, psicologici e spirituali nei confronti di diverse suore appartenenti alla comunità slovena a cui fa riferimento anche padre Sosa.

Il generale dei gesuiti ha ripercorso l’iter della vicenda a cominciare dalle indagini promosse dall’ordine i cui risultati sono stati consegnati in Vaticano; qui il dicastero per la Dottrina della fede dopo aver studiato il dossier ha dichiarato che le accuse erano «legalmente prescritte».

La scomunica

Solo che ora di aggiungono un paio di capitoli alla vicenda. Lo stesso padre Sosa – riferisce l’Associated Press – ha affermato che, in base a una denuncia risalente al 2019, padre Rupnik era incorso addirittura in una scomunica latae sententiae, cioè automatica, per aver assolto in confessione una donna che aveva detto di aver fatto sesso con lui.

Secondo il codice di diritto canonico, infatti, «l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del decalogo è invalida», e incorre nella scomunica chi «non potendo dare validamente l’assoluzione sacramentale, tenta d’impartirla oppure ascolta la confessione sacramentale».

Dopo di che padre Rupnik ha ammesso la trasgressione e si è pentito, per questo, a norma di legge, la scomunica è stata successivamente revocata, ha spiegato padre Sosa.

“Chi sapeva?”

La vicenda ha destato, per come è stata gestita, diverse perplessità e critiche fra gli stessi membri della Compagnia di Gesù.

Padre James Martin, noto gesuita americano, impegnato fra le altre cose nella pastorale in favore delle persone lgbt, ha scritto sul suo profilo Twitter in merito al caso Rupnik: «Nella chiesa cattolica, oltre ai crimini di abuso fisico e sessuale, ci sono gli abusi spirituali, e quando un prete assolve qualcuno nel confessionale da un peccato che hanno commesso insieme, si tratta di una delle peggiori forme di abuso spirituale», della qual cosa padre Martin si è detto disgustato.

Importanti precisazioni arrivano anche, attraverso l’agenzia Reuters, da padre Hans Zollner, anch’egli gesuita, uno dei massimi esperti dello scandalo abusi nella chiesa e membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori oltre che responsabile del Centro dell’università Gregoriana di Roma per lo studio degli abusi.

Secondo Zollner c’era già stata una prima denuncia da parte di una suora contro il religioso-artista nel 1998, di quel caso però non è rimasta traccia, almeno negli archivi della Compagnia, la storia si è come dissolta.

«Probabilmente non ne sapremo mai niente. Nella maggior parte dei casi non ci sono documenti», è stata la chiosa di padre Zollner; un’affermazione che, fra l’altro, getta una luce nuova sull’intero scandalo abusi nella chiesa.

Zollner pone comunque una serie di domande stringenti: «Mi chiedo e chiedo alla mia comunità, i gesuiti: chi poteva sapere? Chi avrebbe potuto sapere? Chi ha percepito che qualcosa di sbagliato fosse accaduto e non è andato oltre?».

Interrogativi che pesano. In quanto alla prescrizione decisa dal dicastero per la Dottrina della fede relativa alla denuncia arrivata nel 2021, il gesuita ha affermato: «Capisco che, dal punto di vista legale, la prescrizione si applica», tuttavia «la questione legale non è l’unica».

In molti casi legati agli abusi sessuali, infatti, il Vaticano rinuncia all’applicazione di questa norma.

Il silenzio delle vittime

D’altro canto le vittime, non di rado, trovano la forza di parlare molti anni dopo i fatti, gli abusi sessuali infatti richiedono un processo di presa di coscienza della violenza subita, è necessario poi trovare il coraggio di parlare e di denunciare, un percorso tutt’altro che scontato.

Ancor più vero risulta tutto questo, in riferimento a quel capitolo dello scandalo abusi che vede come vittime religiose adulte.

Per molti versi questa parte della storia è ancora avvolta dal silenzio e dall’omertà, nonostante le prime ricerche condotte sul fenomeno abusi in relazione alla vita religiosa femminile abbiano cominciato a scoperchiare una realtà difficile.

Tuttavia da qualche tempo si stanno moltiplicando le iniziative di carattere formativo e culturale all’interno delle congregazioni femminili per prevenire il fenomeno e far sì che le suore non siano più costrette a subire abusi e violenze restando in silenzio.Francesco Peloso

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