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Vaiolo delle scimmie, l’infettivologo Rizzi: “Risalire alla catena di contagio per capire se siamo di fronte a qualcosa di nuovo”

C’è un primo caso di vaiolo delle scimmie in Australia e da Spagna e Gran Bretagna arrivano conferme su altri pazienti che si aggiungono a quelli già segnalati nei giorni scorsi. E giovedì dagli Usa è arrivata la segnalazione di un uomo infettato dal monkeypox che aveva viaggiato in Canada. Pur essendo poco frequente al di fuori dell’Africa questa patologia, perlopiù benigna ma che in passato ha registrato una letalità tra l’1 e il 9-10% rispettivamente in Africa occidentale e in Congo, comincia a mettere in allerta le autorità sanitarie.

I responsabili delle varie agenzie – Onu inclusa – hanno attivato una rete di monitoraggio, come ha già fatto l’Italia con l’Istituto superiore di sanità, e hanno iniziato a lavorare sul contact tracing: è fondamentale risalire alla catena di contagio per capire se ci si trova di fronte alla malattia nota, per cui ci sono vaccini e farmaci anche se in quantità limitate, oppure qualcosa che è diverso rispetto al passato. Il virus, in quanto tale, è noto e gli esperti ricordano che c’è già stato un cluster negli Usa nel 2003 riferibile ai roditori chiamati cani della prateria infettati da animali che erano arrivati dal continente africano illegalmente. Ma quello su cui si deve indagare è come mai si siano contagiate persone che non hanno viaggiato in paesi dove il virus è presente e magari endemico, In questo senso il fatto che i primi cluster individuati siano tra uomini che hanno rapporti con uomini è soltanto un dato epidemiologico che potrà aiutare a capire se c’è davvero un nuovo nemico alle porte. Abbiamo chiesto al professor Marco Rizzi, infettivologo dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, di chiarire alcuni aspetti delle notizie diffuse in questi giorni.

Il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) ha parlato di caratteristiche nuove sulla catena di trasmissione e sui cluster individuati tra uomini che hanno rapporti con uomini.
Ad oggi non sembra che ci sia qualche novità clinica: sono casi che si presentano come i casi storicamente noti; con infezioni lievi o lievissime e che si risolvono spontaneamente. Resta questo aspetto epidemiologico che è inusuale: la trasmissione al di fuori dell’Africa dove nel corso degli anni ci sono stati focolai anche importanti. Anche centinaia di casi come negli ’90, nel 2017 in Nigeria circa 400-500 casi in ambienti rurali dove il contatto con le scimmie o roditori, che sono il serbatoio naturale, sono più frequenti. Ci sono stati casi anche interumani, naturalmente. Ora ci troviamo di fronte casi sparsi nel mondo e a distanza dall’Africa. I casi tra omosessuali segnalati dal Regno Unito sono un dato epidemiologicamente nuovo. Bisogna cercare di ricostruire i contatti per capire se ci sono collegamenti.

La trasmissione avviene tra animale e uomo ed è anche interumana. Questo significa che c’è qualcosa che è cambiato in questo virus?
Questo credo che nessuno possa dirlo al momento con cognizione di causa. Non ci sono elementi per dire che il virus si è adattato alla trasmissione interumana e quindi può diventare un problema perché si può diffondere. Questa è la domanda principale: se è cambiato qualcosa nella capacità del virus di trasmettersi da persona a persona.

E qual è lo strumento che può permettere di capire? Il sequenziamento?
Il primo è il contact tracing, ricostruire la catena di trasmissione: cosa è accaduto, chi ha contagiato chi. Uno conto è se chi è infetto ha contagiato tramite rapporti sessuali il partner, un altro quella persona ha viaggiato in autobus e ha infettato chi gli era seduto accanto. Non è quello che è noto per il monkeypox.

Ma questa infezione, che non è molto frequente fuori dall’Africa, però viene segnalata in diversi paesi in Europa, ma anche negli Usa e in Australia.
Il contact tracing ci dirà qualcosa. Qualche anno fa abbiamo avuto diversi cluster di epatite A dalla Scozia alla Nuova Zelanda, c’erano stati eventi e occasioni di scambio, viaggi. È stato un problema che si è spento nel giro di pochi mesi. Prima di pensare a un virus che si trasmette molto efficacemente con contatti causali nella popolazione generale ci serve qualche informazione in più. Non ci sono restrizioni di viaggi o raccomandazioni in questo senso. Teoricamente è comunque possibile, ma abbiamo poche decine di casi sia pure sparsi.

Qual è la soglia di allarme?
Sei i casi fossero tutti collegabili fra di loro sarebbe tutto più semplice, se non si riuscisse a collegarli la preoccupazione su qualcosa che ci sfugge potrebbe aumentare.

La persone che hanno la vaccinazione contro il vaiolo sono coperte, ma esiste la possibilità di dare il vaccino anche ai contatti stretti ad alto rischio.
Non è l’antivaiolosa che abbiamo fatto noi (fino al 1980). Esiste da qualche anno un vaccino efficace sul vaiolo umano che non c’è più e sul vaiolo delle scimmie. Esistono due farmaci antivirali che non sono registrati per quell’uso ma sono attivi ed è noto che siano efficaci sul poxvirus. Ovviamente se ci fosse un problema consistente nei numeri non ci sarebbe la disponibilità né dell’uno né dell’altro se non di qualche ciclo di trattamento, ma parliamo tutto sommato di una malattia benigna.

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