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Trent’anni di tensioni fra Washington e Mosca

Con il termine public diplomacy, usato per la prima volta nel 1965 da Edmund Gullion, s’intende un insieme di azioni di vario tipo – discorsi ufficiali, report, audizioni, lettere pubbliche, comunicati e conferenze stampa – elaborate dalle autorità governative per influenzare l’opinione pubblica di altre nazioni sull’immagine e sulle politiche attuate nel proprio paese.

Sin dal Secondo conflitto mondiale, la diplomazia pubblica è sempre stata uno strumento permanente della politica estera e della sicurezza nazionale americana che ha avuto la sua massima espressione, una vera e propria “età dell’oro”, durante la Guerra fredda.

Ma quanto ha inciso la stabilità/instabilità dell’ordine internazionale nelle scelte di public diplomacy compiute dai presidenti americani dopo il crollo dell’Unione sovietica?

Per cercare di rispondere a questa domanda è opportuno analizzare il tipo di soft power, declinato nelle sue varie forme di propaganda, branding nazionale e diplomazia pubblica, che le amministrazioni americane hanno implementato nei confronti della Russia post-comunista.

Questo approccio consente di fornire un quadro più ampio delle diverse caratteristiche e configurazioni che contraddistinguono il modo di vendere un’idea del proprio paese e di gestire la sua reputazione all’esterno attraverso l’utilizzo dei “vecchi” e “nuovi” mass media.

L’approccio di Bill Clinton

I due mandati presidenziali di Bill Clinton (1993-2001) coincidono con l’avvio del percorso di democratizzazione della Russia del presidente Boris Eltsin e con la successione al potere del giovane ex funzionario del Kgb, Vladimir Putin. Per il presidente americano, come del resto anche per il suo predecessore George H.W. Bush, la politica estera e domestica sono inseparabili e contraddistinte dall’eccezionalismo americano che ha reso gli Usa un unicum nel panorama delle democrazie contemporanee.

Nel suo primo discorso sulla politica estera del 1992, il presidente Clinton ha sottolineato l’importanza della leadership internazionale degli Usa in un periodo storico, caratterizzato dal crollo dell’Urss, che ha risvegliato fratture religiose, etniche e territoriali, capaci di generare situazioni di caos e di cambiamenti di regime politico.

La presidenza Clinton si attiva sul piano della promozione della democrazia e dello sviluppo economico in diverse aree geografiche, ma con una particolare attenzione al processo riformatore avviato da Eltsin, sostenuto anche attraverso sovvenzioni economiche del Fondo monetario internazionale (Fmi). Il rapporto disteso e cordiale tra i due presidenti ha creato buoni presupposti per sostenere economicamente la Russia e politicamente la leadership di Eltsin, soprattutto in occasione delle elezioni presidenziali del 1996.

Nella primavera del 1998, tuttavia, la maggior parte dei giornalisti americani esprime un certo scetticismo sulla capacità di Eltsin di instaurare e consolidare le procedure democratiche e invoca una certa cautela nel piano di assistenza economica del presidente Clinton. Già nel 1997 la produzione cinematografica aveva diffuso l’immagine di un presidente alcolizzato e incapace di salvare il proprio paese dall’alto livello di corruzione, di crimini e di spinte ultranazionaliste nel film Air Force One con un evidente richiamo alla figura del presidente russo. Diversi analisti americani criticano la gestione della guerra in Cecenia del presidente russo, difeso da Bill Clinton che paragona la situazione alla Guerra civile americana, e Richard Pipes dalle pagine di Foreign Affairs richiama l’attenzione all’evidente incapacità della Russia di «rompere con il proprio passato».

L’inversione di tendenza

(AP Photo/Gerald Herbert)

La presidenza di George Bush jr. (2001-2009) costituisce un’inversione di tendenza rispetto all’approccio di Clinton nei confronti della Russia. Non poteva essere diversamente con l’arrivo al Cremlino di uno sconosciuto ex funzionario dei servizi segreti (ex Kgb, ora Fsb), Vladimir Putin, che riesce a risolvere la situazione cecena e avvia una serie di riforme che costituiranno le fondamenta della “verticale del potere”.

Fatta eccezione per la immediata solidarietà del presidente russo al suo omologo americano in occasione dell’attacco terroristico alle torri gemelle dell’Isis (11 settembre 2001), Putin ha espresso una ferma contrarietà ad alcune iniziative avviate dalla presidenza americana: l’invasione in Iraq e il sostegno alle diverse rivoluzioni colorate nei paesi ex-sovietici (Georgia, Kirghizistan e Ucraina) a partire dal 2004.

Dal 2005 i principali media americani diffondono l’immagine di una “autocrazia neo-sovietica” che ostacola l’unilateralismo americano, la globalizzazione e i percorsi di liberalizzazione dei paesi del “vicino estero” e attiva azioni repressive che minano il pluralismo politico e lo stato di diritto (rule of law) nel paese. Questi frame negativi sono diretti alla persona di Putin («assassino, vendicativo, paranoico, iper-aggressivo, debole e insicuro»), alle sue politiche repressive («despota e autoritario») e alla politica estera assertiva verso l’occidente (retorica da Guerra fredda).

Una particolare attenzione dei media è stata rivolta al passato di agente del Kgb del presidente Putin, una narrazione che aveva già contraddistinto la contrapposizione Usa-Urss del sistema bipolare e che viene ripresa anche attraverso da Peter Braker e Susan Glasser nel loro libro Kremlin Rising (2005).

La breve parentesi della presidenza russa di Dmitrij Medvedev (2008-2012) è stata inizialmente presentata all’opinione pubblica come un’opportunità per un’inversione della tendenza autoritaria nel paese, ma dubbi sulla sua effettiva autonomia decisionale sono stati avanzati dalla maggior parte dei media americani che lo hanno definito un puppet (fantoccio) nelle mani di Putin.

Rispetto alla diffusione di un’immagine negativa della presidenza di Putin negli Usa, il presidente Bush ha affermato, dopo il primo incontro con il suo omologo russo in Slovenia nel 2001: «L’ho guardato negli occhi, l’ho trovato degno di fiducia e diretto, abbiamo avuto un ottimo dialogo. Sono riuscito a cogliere la sua anima». Solo nel 2014 Bush jr. rivelerà su Twitter che quell’anima era stata colta e trasformata in un dipinto, cimentandosi nel ritratto del leader del Cremlino. Di parere decisamente contrario il senatore John McCain che dichiara: «Quando vedo Mr. Putin nei suoi occhi vedo solo tre cose: una K, una G e una B».

La presidenza Obama

La presidenza di Barack Obama (2009-2017) costituisce un punto di svolta nella diplomazia pubblica. Dai discorsi ad alto valore retorico, alle conferenze e ai comunicati stampa si passa prevalentemente a una modalità social che consente di raggiungere e interagire direttamente (going to public) con l’opinione pubblica nazionale e internazionale, eliminando la vecchia distinzione tra pubblico nazionale e straniero.

Il presidente Obama intuisce l’importanza di Internet e il 5 marzo 2007 attiva il suo primo account Twitter ed estende la sua comunicazione politica anche al secondo sito globale più popolare, YouTube, e ad altri blog e siti Internet per diffondere il suo slogan Yes, We can e «costruire alleanze per conquistare cuori e menti globali».

Twitter diventa così uno strumento per diffondere il soft power americano, e nel 2016 il Twiplomacy Study nomina Obama «il primo presidente dell’èra dei social media, il leader incontrastato del mondo digitale, il primo presidente digitale che ha effettivamente utilizzato i social media durante il suo mandato».

La politica estera del presidente Obama è costellata da diversi episodi che rendono sempre più difficile il rapporto con il presidente Putin.

L’ostilità alla Russia, manifestata dai media americani, ha convinto la Casa Bianca ad attuare una strategia che esclude qualsiasi viaggio di Obama in Russia e lo sviluppo di contatti personali con il presidente Putin. Nel 2013 si diffonde una campagna mediatica di sabotaggio verso le Olimpiadi di Soci e diversi editoriali definiscono Putin come un «nazionalista omofobico», pronto «a riportare indietro il paese di venticinque anni» e a ricominciare una «nuova Guerra fredda».

Durante la presidenza Obama, la senatrice Hillary Clinton e la vicesegretaria Victoria Nuland segnalano l’importanza di contrastare la disinformation war, la disinformazione mediatica (fake news, troll, l’emittente Russia Today, Sputnik News, etc) che il Cremlino attua contro l’occidente per “salvaguardare” le comunità russofone nel mondo dalla propaganda antirussa e per destabilizzare politicamente le democrazie liberali. Nel suo Discorso sullo stato dell’Unione (2014) il presidente Obama definisce la Russia come una «minaccia per la pace nel mondo e per l’ordine internazionale post-Guerra fredda, al pari del virus Ebola e della diffusione del terrorismo nel medio oriente».

Populismo e diplomazia

Con l’elezione di Donald Trump nel 2016 la diplomazia digitale assume una connotazione populista che ha determinato una relazione dinamica ma, al contempo, antagonista con il pubblico estero, differenziandosi dai codici culturali tradizionali della diplomazia pubblica. Il presidente Trump favorisce l’interazione tra il populismo, inteso in primis come stile comunicativo, e la diplomazia pubblica nella politica estera americana.

Durante la campagna presidenziale del 2016 la narrazione della stampa liberale si è concentrata sulla collusione esistente tra il candidato Donald Trump e il Cremlino. Gradualmente si insinua la percezione in una parte dell’opinione pubblica americana che eleggendo il candidato favorito dalla presidenza putiniana, la Russia abbia vinto contro il principale nemico storico: gli Stati Uniti. I media tradizionali diffondono l’immagine di un presidente compromesso con il Cremlino che non sostiene gli interessi nazionali e, per tale motivo, non può essere considerato un patriota.

Questo tipo di narrazione nasce dalla constatazione che la presidenza di Trump (2017-2021) ha un orientamento diverso rispetto a quella di Clinton e dei suoi predecessori nei confronti della Russia postcomunista sulla base del rapporto personale, di interesse economico, che si era precedentemente instaurato tra il tycoon americano e il presidente Putin. A tal riguardo ricordiamo la disponibilità di Trump a riconoscere l’annessione della Crimea, ad alleggerire le sanzioni nei confronti della Russia, alla necessità di combattere la minaccia del terrorismo islamico insieme al Cremlino. Non solo. Nei suoi tweet il presidente Trump ha spesso espresso giudizi positivi sulla leadership di Putin e del suo elevato consenso popolare. Paul Krugman, editorialista del New York Times, ha definito Trump come il «candidato siberiano» alla guida degli Stati Uniti, e il fatto che abbia telefonato al presidente Putin dopo la sua rielezione nel marzo del 2018, non ha sicuramente eliminato i dubbi sul fatto di essere un «traditore della patria».

Rispetto a questa immagine ormai diffusa nel paese, tuttavia, il presidente Trump prende alcune decisioni che minano la serenità dei rapporti bilaterali con la Russia: la più grande espulsione di diplomatici russi dall’America e l’attacco missilistico contro Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia di Putin. I media americani continuano a ritenere la Russia una minaccia per il proprio paese anche a causa dei numerosi attacchi cibernetici rivolti agli attori statali e non statali e, pertanto, chiedono con fermezza dalle colonne del New York Times a Trump di dimostrare che non è il lacchè di Putin. I media conservatori (Fox News, Breitbart) hanno invece diffuso un’immagine totalmente diversa del rapporto fra Trump e Putin, sottolineando che il presidente russo è l’esempio più calzante di un politico che difende i propri interessi nazionali e incolpando il deep state, inteso come «il complesso insieme di burocrati, tecnocrati, plutocrati e delle agenzie di intelligence, che cerca di sminuire l’immagine del presidente Trump».

Il dopo Trump e l’èra Biden

La presidenza di Joe Biden deve affrontare non pochi problemi ereditati dal suo predecessore sia nella politica domestica sia in quella internazionale. Il primo ostacolo, come era già avvenuto per Barack Obama anche se con differenze sostanziali, è ricostruire l’immagine del proprio paese nell’opinione pubblica mondiale dopo la presidenza Trump. Questo obiettivo è ancora più evidente in un contesto internazionale sempre più competitivo dove la contrapposizione con la Russia di Putin ha raggiunto toni esasperati.

A un anno dall’elezione del presidente Biden è ancora presto per stilare un bilancio della sua attività e strategia sul soft power americano. Certamente Biden non si è appoggiato ai social media con la medesima intensità dei suoi predecessori e non sembra porre una particolare attenzione al ruolo della diplomazia pubblica. Nel suo discorso inaugurale Biden ha ripreso e riformulato una frase di Clinton: «Noi non governeremo semplicemente con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio».

La reputazione di un paese è ormai diventata una dimensione della sicurezza nazionale, ma sinora il presidente Biden ha dimostrato una certa indifferenza nei confronti della diplomazia pubblica: non sono stati assegnati nuovi incarichi, né ha tantomeno nominato un sottosegretario alla diplomazia pubblica e agli affari pubblici. Alcuni analisti sostengono che il livello di information warfare abbia ormai raggiunto un livello di scontro nell’arena virtuale che dovrebbe costituire una delle principali priorità dell’agenda politica di Biden.

In conclusione, quando l’ordine internazionale ha assunto una connotazione instabile, due amministrazioni, così differenti nello stile e nella strategia di soft power, come quelle di Obama e Trump, non hanno impedito di consolidare nell’opinione pubblica americana quell’immagine negativa e, a tratti, russofobica, della politica della Russia di Putin. Parimenti, il Cremlino ha cercato di contrastare l’influenza dell’american style e dei valori democratici occidentali nei social media russi per reprimere forme di dissenso, maggiormente concentrate nella generazione più giovane.

In particolare, la politica dai toni moderati di Obama non ha impedito di rapportarsi con fermezza nei confronti del presidente Putin, evidenziando tutti i “lati oscuri” del putinismo e le illusioni dell’autoritarismo elettorale. Al contrario, i tweet di Trump hanno costituito un cambiamento nella strategia retorica presidenziale, caratterizzata da un messaggio conflittuale, impulsivo e irrazionale e anti-elitista in linea con l’erosione del soft power americano che non ha modificato negli ultimi quindici anni il frame negativo nei confronti della Russia.

I recenti eventi al confine tra Ucraina e Russia confermano la tendenza dei mass media americani a “polarizzare” ulteriormente il “conflitto di idee” tra gli Usa e la Russia con un duplice effetto. Da un lato, il presidente Putin è raffigurato come un uomo solo, incapace, soprattutto dopo la fase pandemica, di intraprendere decisioni razionali in sintonia con le esigenze della popolazione. Dall’altro lato, la crisi ucraina può costituire un’opportunità per ridefinire una nuova immagine della presidenza Biden, indebolita soprattutto dal frenetico disimpegno militare in Afghanistan. In entrambi i casi, sembra di scontrarsi con un “passato che non passa”, e un incerto epilogo.


L’autrice ha più diffusamente trattato i temi del presente articolo nel volume Come difendere l’ordine liberale. La grand strategy americana e il mutamento internazionale (Vita e Pensiero, in uscita il 10 giugno), pubblicato nell’ambito del progetto COMDOL del Centro Studi Geopolitica.info con CEMAS Sapienza e sostenuto dall’UAP del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

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