perche-quella-del-milan-e-una-vittoria-“liberale”

Perché quella del Milan è una vittoria “liberale”

Il Milan è campione d’Italia per la diciannovesima volta nella sua storia. Dopo la sbornia scudetto e la marea rossonera che ha invaso Milano, è tempo di una doverosa analisi del capolavoro di Pioli, di Maldini, di Ibrahimovic e, diciamolo, anche di Elliott. Un’autentica impresa non solo sportiva, ma anche societaria che, nel giro di poco tempo, contro tutti i pronostici, ha riportato il Diavolo in paradiso.

Il segreto della vittoria

Ma qual è stato il segreto di questa vittoria? Sicuramente sono tante le componenti che hanno inciso, ma è possibile riassumerle tutte o quasi in tre parole: una gestione “liberale” del proprio business. Ebbene sì, quella del Milan è a tutti gli effetti una vittoria liberale (non è un caso che la proprietà sia americana), perché racchiude in sé molti dei principi del liberalismo: niente debiti, stop alle spese folli, investimenti oculati, obiettivi chiari, persone competenti nei ruoli chiave della società, mix di esperienza e gioventù nei componenti della squadra. Il tutto condito da un amore incondizionato per la propria creatura da parte dei dirigenti e di mister Pioli che hanno saputo emozionare non solo i tifosi del Milan, ma tutti gli appassionati di calcio.

Dalla malagestione cinese al successo di Elliott

Partiamo dall’inizio. Il fondo americano Elliott solo quattro anni fa ha raccolto il Milan con il cucchiaino dopo la fallimentare gestione cinese. Vi ricordate le spese pazze di allora? Gli annunci mirabolanti, le “cose formali” per dirla con la vecchia dirigenza. Denaro letteralmente buttato via per l’acquisto di giocatori rivelatisi mediocri e che guarda caso oggi non giocano già più nel Milan. Risultati sportivi, manco a dirlo, pessimi.

Con l’arrivo di Elliott cambia il vento. Viene avviato un risanamento economico della società che nel tempo porterà ad una riduzione drastica dei propri debiti ed a un aumento notevole dei propri ricavi. Vengono scelti dirigenti capaci come Maldini e Massara, talent scout competenti e impostata una filosofia aziendale molto precisa. Eppure, nella stampa italiana e tra gli stessi tifosi non mancava lo scetticismo. “Per vincere bisogna spendere”, “con i giovani non si va da nessuna parte”, “un fondo è sempre un fondo, ci vuole una proprietà vera, non speculatori”, queste erano le considerazioni che allora andavano per la maggiore. Una mentalità tutta italiana che il nuovo Milan ha saputo sapientemente scardinare. I risultati raggiunti oggi dal Diavolo, sono lì da vedere: Elliott ha portato nel calcio italiano un modello di business sostenibile e vincente dimostrando che è possibile trionfare, anche in una grande squadra, in modo economicamente virtuoso.

Ci sono stati degli errori? Certo. La ferita ancora aperta del mitico “zorro Boban”, la scelta di Gianpaolo come allenatore, lo spettro di Rangnick che aleggiava su Pioli, la battaglia contro il veto societario di acquistare giocatori vincenti e di grande esperienza come Ibrahimovic. Ma anche da questo, il Milan e la sua proprietà ne sono usciti a testa alta perché una buona gestione non è quella che non fa errori, ma quella che alla fine capisce quali sono le scelte più giuste e, se del caso, non ha timore di tornare sui propri passi. Perché l’unica cosa che conta è il bene del Milan.

Nessun miracolo ma tanto lavoro

Insomma, quello che è avvenuto non è stato un miracolo come sostengono in molti, ma una somma di scelte ben fatte, di grande lavoro quotidiano e di un’alchimia profonda venutasi a creare tra tutte le componenti della società: dalla proprietà, alla squadra, passando per dirigenti e allenatore. E anche del tifo che si è innamorato di questo progetto e dei suoi ragazzi inondando di passione San Siro e tutta Milano per quello che, a detta di tutti, è stato lo scudetto più bello della storia milanista. Ma perché il più bello? Non solo perché inatteso, ma perché ottenuto con il coraggio delle proprie idee e della propria identità.

Non resta che augurarsi che il fuoco di Pioli del Milan diventi perpetuo. Le basi ci sono e anche sulla questione “cessione” che ormai sembra imminente, è importante fidarsi di Elliott. La scelta di RedBird, se confermata, non sarà certo frutto del caso. Il nuovo acquirente americano si muoverà, infatti, sui medesimi principi che hanno mosso il fondo guidato da Singer. Perché il Milan questa volta è venuto per restare e continuando così potrà presto competere con le big europee.

Dunque, obiettivo seconda stella e sogno Champions alzata da capitan Sandro Tonali. Non lo faremo coi soldi degli sceicchi o con le false sirene cinesi, ma con i solidi principi del capitalismo occidentale uniti alla nostra passione senza confini. Che il Milan sia d’esempio, speriamo non solo nel calcio.

Nicolò Petrali, 25 maggio 2022

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published.