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Perché le istituzioni hanno paura di un braccio scoperto

«Anche gli uomini devono indossare la giacca». Questa una delle tante giustificazioni date da politici e dalle persone che hanno commentato sui social network la vicenda vissuta dalla giornalista di Domani Lisa Di Giuseppe alla Camera: le è stato impedito di fare il proprio lavoro nella tribuna stampa per la presunta colpa di indossare un vestito che le lasciava le spalle scoperte.

Come raccontato sulle pagine di questo giornale ieri, il regolamento della Camera dei deputati prevede un dress code solo per gli uomini, obbligati a indossare la giacca. «Io starei al regolamento. Se non prescrive che una persona debba avere le braccia coperte o scoperte, si tratta di un richiamo arbitrario», commenta il deputato del Partito democratico Filippo Sensi. «Credo che nessuno, dentro e fuori dalle istituzioni, si possa arrogare il diritto di decidere se l’abbigliamento di una persona sia o meno consono, a meno che non ci siano delle prescrizioni tassative chiare di ingresso», continua, sottolineando che ciò che «non è menzionato non è sanzionabile, non è censurabile».

Non è un episodio

Sensi precisa che non si vuole legittimare una persona a entrare a Montecitorio vestita da «palombaro», ma «pensare che qualcuno possa arrogarsi il diritto di dire a una giornalista donna che avere un centimetro di braccio scoperto non è consono non è semplicemente un episodio».

Per Elio Vito, deputato di Forza Italia, questo «spiacevole equivoco» può essere utile a capire come «a volte la Camera, così restia e lontana a riconoscere diritti alle persone, ai cittadini – si veda il Ddl Zan, la questione del fine vita, della stessa cannabis – viva in un ambiente e in una circostanza in cui sembra essere davvero in un mondo ottocentesco». L’esclusione di una giornalista che sta facendo il proprio lavoro «è molto grave», dice il deputato di FI e prosegue: «È come se ci fosse paura su certi temi e il corpo è uno di questi». Laura Boldrini, deputata del Partito democratico ed ex presidente della Camera dei deputati, dice che «nessuno può dire a una donna come si deve vestire», ma allo stesso tempo chiede «senso dell’opportunità e sensibilità istituzionale», qualunque cosa voglia dire.

Una rivoluzione a metà

Boldrini, che dal 2013 al 2018 è stata presidente della Camera, spiega che ha portato la questione della parità all’«ordine del giorno». La sua rivoluzione istituzionale è passata per una riaffermazione del linguaggio, fino a pochi anni fa declinato solo al maschile nei palazzi del potere: gli stereotipi di genere e le classificazioni tossiche partono proprio dal linguaggio e dalla narrazione, e da presidente della Camera ha voluto sollevare subito la questione «perché penso che faccia bene all’istituzione mettersi al passo con i tempi», spiega. Ma in modo ugualmente fermo Boldrini chiede che l’abbigliamento – di tutti – dimostri decoro e rispetto istituzionale. Definisce un «errore» l’espulsione della collega dalla tribuna stampa della Camera nell’esercizio della sua professione, vicenda in cui non vuole addentrarsi, ma precisa che ha «sempre cercato di portare rispetto verso le istituzioni anche nell’abbigliamento. Non sono mai entrata in aula senza una giacca o un cardigan, non solo da presidente, ma anche da deputata».

L’errore

«Evidentemente c’è stato un errore, proprio perché, in mancanza di regole, ogni persona che accede a Montecitorio è sottoposta a una valutazione individuale», prosegue Boldrini. Ricondurre la discriminazione a mero errore o incomprensione sminuisce però la vicenda. Nel «palazzo delle norme», come lo definisce Boldrini, non ci si può attenere a norme non scritte e chiedere a una professionista di allontanarsi per il rispetto del «decoro» dell’istituzione non è un «errore», ma una scelta, data anche da una cultura intrisa di pregiudizi di genere. A maggior ragione se non viene definito chiaramente cos’è decoroso e cosa indecoroso.

Del bisogno di «decoro» parla anche il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, secondo cui ci sono luoghi che devono essere «frequentati con un abbigliamento consono, a prescindere dai regolamenti scritti», spiega, sottolineando che «la Camera deve adeguare questo regolamento medievale» e mirare a «una parità di consuetudini nell’abbigliamento da parte di tutti coloro che la frequentano». Così Annagrazia Calabria, deputata di Forza Italia, chiede «decoro» e «rispetto» delle istituzioni parlamentari, che dal suo punto di vista si esprimono «anche attraverso la forma, sia per gli uomini che per le donne».

Le scuse

«Partiamo dalla considerazione che la Camera si è scusata e questo mi sembra che risolva l’intera vicenda», dice Laura Boldrini. Scusarsi implica il riconoscimento di una responsabilità ma, allo stesso tempo, non esaurisce la vicenda. Per la senatrice del Pd Valeria Valente il «dress code istituzionale riguarda tutti» ma «il tema dell’adeguatezza dell’abbigliamento femminile, sollevato dalla giornalista di Domani, è più ampio ed è certamente una questione culturale che esiste».

«Benvengano le scuse, quello che colpisce è la cultura che sta sotto questo tipo di richiamo», commenta il deputato Sensi, precisando che questa cultura del “ma come era vestita” e del “te la sei andata a cercare” traspare anche nel dibattito si è scatenato online. Non un errore che si esaurisce con delle scuse. Vito ricorda, nel suo passato di radicale, come nel 1976 Emma Bonino entrò alla Camera con gli zoccoli olandesi. «Era un modo per far sì che l’istituzione si adattasse al passo dei tempi. E dimostra che, in qualche modo, c’è bisogno anche di gesti che esprimano la volontà che ci sia un maggiore rispetto per le persone, anche nel loro modo di vestire», dice. Secondo il deputato di Forza Italia, c’è «semplicemente da riconoscere che la parità dev’essere un diritto e va conquistata, anche con quelle che possono sembrare piccole cose – ma che non sono piccole cose – come l’abbigliamento, perché poi dietro queste si possono nascondere piccole ma comunque odiose forme di discriminazione».

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