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Perché al salone di Torino vince il cretino di sinistra

Per quanto il saggio Sulla libertà che John Stuart Mill pubblicò nel 1858 fosse stato ispirato, come l’autore stesso ci ricorda, dall’altro saggio, quello Sui limiti dell’attività dello Stato che Wilhelm von Humbold aveva scritto a fine Settecento ma che aveva visto la stampa solo nel 1851, il filosofo inglese era interessato maggiormente a un altro problema rispetto a quello che aveva fino allora dominato in casa liberale. Per lui di trattava di preservare la libertà dell’individuo non solo dallo Stato, ma anche dal potere  che in tempi moderni su di lui esercita la società (che non è più quella “civile” dei liberali classici). O, per meglio dire, quella che il filosofo inglese a più ripresa chiama l’”opinione comune”.

Per questa parte, il maestro di Mill era stato Alexis de Tocqueville, con il quale aveva intrattenuto una significativa corrispondenza, che lo aveva messo in guardia rispetto a  quel “dispotismo della maggioranza” (oggi per molti aspetti convertitosi in “dispotismo delle minoranze”) che è in qualche modo il portato negativo della democrazia. E che sa essere ancora più pervasivo e intollerante (escludente) del dispotismo basato sulla forza e non sull’opinione. Da qui tutta un’esaltazione dell’anticonformismo e dell’eccentricità, che è il tratto caratteristico dell’opera milliana.

Mill fu il primo a criticare da un punto di vista liberale quella che a lui pareva una “mediocrazia”, che castra l’individualità (di cui egli aveva un concetto non virtuistico o moralistico, come lo avevano i repubblicani, ma nemmeno meramente utilitaristico come fu quello dei liberali classici): basata sul concetto humboldiano di “perfezionamento morale” e quindi della “varietà delle disposizioni”. Nel mondo di oggi, diceva Mill, tutti “leggono le stesse cose, ascoltano le stesse cose, vedono le stesse cose, frequentano gli stessi posti”. E in questo consiste il pericolo più grande per la libertà e per quel concetto pieno di individuo a cui egli mirava.

Come è evidente, ai nostri giorni le cose non sono cambiate: il potere assoluto e dispotico che la società, imponendo un’opinione media e comune, esercita sull’individuo si è fatto ancor più “totalitario” e potente (oggi si chiama politically correct). Non solo. È accaduto qualcosa che Mill non poteva immaginare, e nemmeno i marxisti classici che teorizzavano ”avanguardia del proletariato” composta di intellettuali col compito di guidare per mano il volgo nel lungo periodo di transizione al comunismo realizzato (la “dittatura del proletariato”). In sostanza: l’opinione comune media e illiberale si è saldata, da una parte, con l’ideologia di sinistra e, dall’altra, con il potere economico (che ovviamente sui gusti e sui consumi “medi” prospera e fa affari). Si è così creato un tipo antropologico ben preciso che potremmo chiamare il “cretino di sinistra” o “cretino collettivo”, ove ovviamente non si vuol dare un giudizio morale individuale o offensivo essendo il cretinismo abbracciato in buona fede da molti (su cui speculano i più cinici ed ipocriti).

Il cretinismo impone a tutti idee semplici e preconfezionate, una visione manichea del mondo, un buonismo sentimentale in favore dei Grandi Ideali e di chi li professa. Per ciò stesso chi esce da questo seminato medio, si fa qualche domanda in più, come sempre e dovrebbe farsi l’uomo di cultura vero e l’individuo a cui pensava Mill, viene bollato come reprobo, “incolto”, populista, “fascista”.

In questi giorni è andato in scena a Torino il 35° Salone del libro, che, in qualche modo, come tutte le kermesse di questo tipo, è un palcoscenico ideale per avere uno spaccato della realtà a cui alludiamo. L’opinione media e cretina si respirava nell’aria, si sentiva nei discorsi, si vedeva nelle proposte editoriali delle maggiori case editrici e anche nei titoli e negli argomenti degli eventi pensati a latere dagli organizzatori. Una vera cappa, più del caldo asfissiante che ha colpito Torino. Come uscirne? Non saprei, ma certo tenendo ben presente la forza del “nemico”, che sa sedurre, conquistare e ridurre a sé pure chi all’inizio crede e pretende di essere se stesso e di poterlo usare come mezzo senza farsene strumento.

Corrado Ocone, 22 maggio 2022

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