«no-all’agenda-draghi».-fra-pd e-rossoverdi-l’intesa-ancora-non-c’e

«No all’agenda Draghi». Fra Pd e rossoverdi l’intesa ancora non c’è

Finisce con un riaggiornamento l’incontro a tre fra Enrico Letta e i due leader rossoverdi, ieri in serata alla Camera. «Abbiamo registrato la forte volontà di Letta di rendere l’alleanza centrale», dice Nicola Fratoianni all’uscita, dopo un’ora e mezza di confronto. «C’è una forte volontà di raggiungere un’intesa. Ma abbiamo ribadito che per noi la centralità dell’Agenda Draghi è del tutto impraticabile. E che le intese che stabilisce con altri per noi non sono vincolanti». Entro domani l’accordo dovrebbe chiudersi, in un modo o nell’altro, con un nuovo incontro.

Il tempo serve anche ai due partiti per tornare a consultare i propri organismi dirigenti. Soprattutto a Sinistra italiana: il protagonismo politico di Carlo Calenda, fin qui non arginato da Letta, lì ha prodotto «un vero smottamento fra i nostri attivisti», viene spiegato. «Non siamo proprietari dei nostri partiti», spiega ancora Fratoianni. È nell’assemblea di Si che nelle prossime ore si deciderà la mossa successiva.

Letta è arrivato all’incontro dichiarandosi «ottimista». Anche se, se tutto finirà bene e cioè se il lato sinistro dell’alleanza sarà reimbullonato, la campagna elettorale si annuncia faticosa. Carlo Calenda considera Si e Europa verde «un problema di Letta». Problema che lui non intende risolvergli, anzi. Per non perdere neanche una battuta, ieri mattina ha twittato all’indirizzo di Fratoianni e Bonelli: «L’Agenda Draghi non si tocca. Termovalorizzatori, rigassificatori, rinnovabili senza veti, revisione del reddito di cittadinanza, Nato, supporto all’Ucraina e revisione bonus 110 per cento. Decidete serenamente».

Rigassificatori sì o no?

All’uscita il vertice viene definito «interlocutorio» dai presenti. Ma Letta resta ottimista. Non solo perché sa che quella lista ha l’esenzione dalla raccolta delle firme solo grazie a una gentilezza di Leu-Art.1, che il giorno delle dimissioni di Draghi ha allargato il nome del suo gruppo a Si. Ma anche perché lui ci mette la sua buona volontà.

Prima di sedersi al tavolo si è fatto precedere da una dichiarazione che ha corretto, almeno per quanto riguarda lui e la sua forza politica, i toni ultimativi di Calenda: «Nel patto c’è scritto “autonomia programmatica”, sono questioni sulle quali possono esserci posizioni diverse». Parlava proprio dei rigassificatori e degli inceneritori a cui gli ambientalisti dicono no. «Non è che su tutti i temi si deve essere d’accordo», ha concesso il segretario Pd, «il patto tra noi e Calenda non è il patto di tutti, quello è il punto sul quale su alcuni temi abbiamo trovato l’accordo con Calenda e +Europa».

Il nodo sta lì, e forse anche la soluzione. Se è un’alleanza solo elettorale, ciascuno si tiene il suo programma salvo convergere sui nomi dei collegi dell’uninominale per evitare il cappotto delle destre. Se invece l’alleanza diventa programmatica, come è successo con i centristi, allora anche l’altro lato dello schieramento chiede la condivisione di qualche punto qualificante. Non solo per agitare bandiere, ma anche e soprattutto per non presentarsi al proprio elettorato come quelli che hanno alzato bandiera bianca. «Si tratta di combattere efficacemente», spiega Fratoianni.

Al tavolo non c’era una bozza di documento. «Prima discutiamo, poi semmai proviamo a scrivere qualcosa», ha spiegato il leader di Si ai suoi prima di entrare in riunione. Ma i temi che stanno a cuore si conoscono: innanzitutto il no al nucleare, tanto per avvertire Calenda che invece è per il sì (ma neanche +Europa lo segue su questo). Poi i rigassificatori. I rossoverdi non intendono rinunciare al loro no «all’impianto di Piombino, pensato dentro al porto e di fronte alla città, quindi senza le garanzie minime di sicurezza». No anche all’autonomia differenziata. Infine, chiedono di mettere l’accento sugli aiuti alle famiglie in difficoltà. Tradotto: il reddito di cittadinanza può essere cambiato ma bisogna dire da subito in che direzione.

Le giravolte di Conte

A remare contro l’accordo è Giuseppe Conte. Come sempre in maniera ondivaga. La sera di mercoledì al Tg2 ha detto che il M5s non accetta un’«ammucchiata» con «con compagni di viaggio di cui non possiamo garantire eventualmente la serietà». Poi ha capito l’errore tattico e cambiato linea. Ha rivelato di aver parlato con il segretario di Si, «per contenuti e programmi siamo in grado di soddisfare l’elettore di sinistra. Se vogliono discutere di programma e contenuti noi ci siamo».

Ma è un’offerta volta solo a illudere l’elettorato della sinistra-sinistra che un accordo con i Cinque stelle sia possibile. In realtà le liste grilline saranno scelte con le primarie online – da oggi all’8 agosto la piattaforma è aperta alle autocandidature – e dati i sondaggi per le personalità esterne gli spazi sono ridotti. Conte ha i suoi guai interni: presto si saprà se Alessandro Di Battista si candiderà. Con il rischio di consumare definitivamente il ruolo del presidente e di far uscire gli esponenti più moderati, come Roberto Fico. Già l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi bombarda dall’interno il quartier generale grillino e chiede di rompere l’alleanza nella regione Lazio.

Pesi e collegi

Sul tavolo fra Pd e rossoverdi però c’è anche la questione dei “pesi” nei collegi uninominali. L’ala sinistra è preoccupata che la proporzione 70-30 di nomi indicati dal Pd e dai calendiani, lasci poco spazio agli ambientalisti, che a loro volta invece rivendicano di avere nei sondaggi numeri sostanzialmente simili o di qualche decimale più basso rispetto a quelli di Azione.

La richiesta è quella di un riequilibrio anche su questo versante. Ma ci sono altri numeri che hanno un peso: se senza Calenda il centrosinistra poteva perdere una quarantina di collegi, secondo YouTrend e Cattaneo Zanetto & Co l’alleanza senza rossoverdi perderebbe nove uninominali alla Camera e cinque al Senato.

© Riproduzione riservata

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published.