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Meloni, Letta e il centro fantasma. Scrive Ippolito

Il punto che nel quadro politico italiano fa veramente riflettere è lo spazio di centro del nostro scacchiere, divenuto una specie di spettro introvabile. L’Italia che vanta da sempre un elettorato in gran parte moderato, la cosiddetta area democristiana, non sembra avere più proposte attrattive e solide in questo senso. Il commento di Benedetto Ippolito

In questa primavera di guerra post pandemica, tutte le attenzioni dell’opinione pubblica sono catturate dalla complessa situazione internazionale, da una prospettiva di pace che si allontana, da una difficilissima congiuntura economica inflattiva e recessiva. Questa è la realtà di oggi, d’altronde, ed è inutile lamentarsi. Occorre prendere atto che i prossimi mesi, speriamo non anni, saranno sostanzialmente monopolizzati dalla politica estera e dal ruolo che l’Italia potrà svolgere, in congiunzione con l’Unione europea, nel contesto generale dell’Alleanza atlantica.

Nonostante questa situazione oggettiva, occorre non dimenticare che abbiamo numerosi appuntamenti elettorali, alcuni di grandissima rilevanza, che non possono essere trattati con disattenzione. In primo luogo, i referendum sulla giustizia del 12 giugno e, poi, dopo le amministrative le elezioni nazionali del prossimo anno.

Guardando soprattutto a queste, pur essendo non ancora attuali per la dinamica odierna della politica, è importante che si cominci a riflettere su quello che, come cittadini, dobbiamo aspettarci nella prossima legislatura. I temi della futura campagna elettorale sono, d’altronde, in parte già prevedibili e in parte no. Molto dipenderà dall’esito dei referendum, se vi sarà o meno il quorum e se vinceranno i sì alla riforma della giustizia, perché da tale risultato deriverà in che misura il tema specifico del rapporto tra potere giudiziario e potere politico, legislativo ed esecutivo, prenderà forma nel calendario programmatico di domani.

Ciò che appare ormai chiaro dalle tendenze di voto è però la forte accentuazione del bipolarismo. I due movimenti che godono di un maggiore consenso potenziale sono, infatti, il Partito democratico e Fratelli d’Italia, all’incirca poco più del 20% ciascuno.

Chi tra Enrico Letta e Giorgia Meloni l’avrà vinta, anche solo di poco, avrà la “prima vox” nella formazione della maggioranza possibile per formare il futuro governo. Questa forte polarizzazione escluderebbe l’ipotesi di alleanze tra i due vincitori, essendo progetti politici contrapposti frontalmente nel classico binomio destra-sinistra. Dunque, nessuna ipotesi colorata (giallo verde, verde rossa, eccetera) è prevedibile in Italia nel 2023, mentre il rischio ingovernabilità resta alto e minaccioso.

Il suddetto dualismo non è però necessariamente negativo. Anzi, per un sistema molto fragile, senza partiti strutturati, com’è quello del nostro Parlamento, si tratta, senza dubbio, di un dato di partenza ragionevolmente buono, producendo una situazione che, anche grazie alla riduzione del numero dei parlamentari, potrebbe rendere il trasformismo una pratica meno diffusa e decisiva.

Il rischio è piuttosto un altro. Riuscirebbero Pd e FdI, in caso di vittoria, a creare coalizioni stabili nel proprio campo?

Conti alla mano, la situazione del centrodestra appare più confortante di quella del centrosinistra (posto che abbia senso usare ancora queste denominazioni). I pronostici di Lega e Forza Italia, alleati con FdI in tante amministrazioni, fa pensare che alla fine l’unità sarà, per lo meno all’inizio, assicurata. Nel fronte opposto, le cose sono invece dissimili, sia per la debolezza dei 5 Stelle e sia per la scarsa affidabilità che i grillini hanno dimostrato nel mantenere solide le alleanze. Inoltre, tra la proverbiale moderazione dei Democratici e la insaziabile irrequietezza dei Pentastellati non si può immaginare una coabitazione comoda di tipo programmatico, né un facile accordo sulle nomine.

Il punto che, in questo quadro, fa veramente riflettere è lo spazio di centro del nostro scacchiere, divenuto una specie di spettro introvabile. L’Italia che vanta da sempre un elettorato in gran parte moderato, la cosiddetta area democristiana, non sembra avere più proposte attrattive e solide in questo senso. È vero che Matteo Renzi, Carlo Calenda e, a suo modo, Giuseppe Conte navigano in tale magma primordiale, ma le loro diverse proposte raccoglieranno comunque scarsi punti percentuali, anche perché nessuno di loro vuole o può dirsi legato alla tradizione politica cattolica.

Nel giorno in cui si è appresa la notizia della morte di Ciriaco De Mita, storico segretario della Dc (qui le immagini d’archivio di Umberto Pizzi), varrebbe la pena interrogarsi sul significato storico, culturale e politico dei principi cattolici. Sebbene, infatti, molte anime abbiano costituito quel partito, con correnti i cui maggiorenti erano spesso in radicale disputa tra loro, le loro guide, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Francesco Cossiga, avevano tuttavia un comune orizzonte valoriale che li saldava tra loro e con l’elettorato, ossia una condivisa filosofia cristiana di fondo.

Dopo la morte di Alcide De Gasperi, l’anima liberale e quella sociale del cattolicesimo si sono continuamente contese la segreteria democristiana, per poi insieme convivere nell’unità del partito, collaborando congiuntamente ad un solo progetto politico per cinquant’anni. Forse ripensare non ad un centro come luogo residuale tra opposte visioni ideologiche, oggi più che mai già presenti, ma come una terza idea culturale autosufficiente, nella quale i cristiani abbiano una loro identità e una loro casa democratica, meriterebbe di essere preso in seria considerazione.

Nei momenti di difficoltà, la Dc, infatti, si richiamava sempre alla Chiesa e ai suoi padri nobili, De Gasperi, Luigi Sturzo, Guido Gonella, per trovare in tali fonti autorevoli, laiche ed ecclesiastiche, i motivi ultimi della propria vocazione politica, riuscendo così non soltanto a superare le divisioni interne ma anche a rilanciare il ruolo e la funzione progettuale della politica italiana. Perché nessuno lo fa più oggi?

I tempi sono cambiati, si dirà, e da decenni ormai abbiamo soltanto un “centro fantasma” che appartiene più al ricordo che alla realtà. Ma un cristiano non può ritenere che la propria tradizione sia morta perché nessuno la rappresenta.

È piuttosto una questione di fede. Laddove, infatti, vi sono radici, vi è anche vita possibile, e laddove vi è certezza nella verità, vi è anche speranza nell’avvenire. Oltretutto, in un contesto nel quale destra e sinistra sono tornati egemoni, anche per la rispettiva e rispettabile identità conservatrice e progressista che detengono, non si capisce perché il centro continui a restare assente ingiustificato. Un intero mondo di valori c’è, è presente, è vissuto dalle persone, sebbene tali prospettive umane siano ignorate, dimenticate e non rappresentate politicamente da nessuno: la permanente diffusione popolare della cultura cristiana suggerisce che, invece, una proposta politica del genere sarebbe ancora la più valida, la più credibile e la più convincente anche nell’Italia del nostro tempo. A mancare è soltanto la convinzione e il coraggio di provarci.

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