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L’intimo e avventuroso spazio maschile della tenda

Da quasi sei mesi mi sono trasferito in New England, e pensavo di non aver mai vissuto così a nord. Scrivendo questa prima frase mi è parso però opportuno chiedere conferma a Google, che mi ha invece fatalmente smentito: Pisa, in cui ho abitato per quasi quattro anni, dista in realtà dall’equatore circa trecento chilometri in più rispetto alla cittadina sulla costa atlantica dove mi trovo ora. Chi l’avrebbe detto. 

La donna-tenda

Non credo sia solo l’Atlantico, così meno gentile del Tirreno, a darmi il sentimento di settentrione che nutro quaggiù in Connecticut (dove in effetti, d’altronde, fa più freddo che in Toscana). È una questione, più che di geografia, di poesia, che del resto della geografia è sorella gemella secondo Ionesco – il quale però scriveva teatro dell’assurdo, quindi forse non conta. Insomma, la questione è che da giovanotto, ben prima di migrare in America, leggevo le poesie di Robert Frost, addirittura in inglese pur non capendole del tutto, e molti di quei lucidi versi virilmente malinconici descrivono le zone rurali del New England. Ecco, quando leggo Frost, il cui cognome ha emblematicamente a che fare con la brina e il gelo, sento freddo. Mi sento solo, mi sento pieno d’emotività maschile, di eroicamente contegnoso pathos. E questa roba, come gli allegorici paesaggi frostiani che la producono in me, mi fa sentire al nord. Anche le stanze meno invernali della sua poesia tanto spesso nevosa mi suscitano lo stesso effetto.

Ce n’è una che Silvia Bre ha tradotto come La tenda di seta nella sua luminosa versione di Fire and Ice, uscita per Adelphi l’anno scorso – il cui componimento eponimo tra l’altro, ispirato ai terminali gironi glaciali dell’Inferno, ha a sua volta ispirato il titolo della saga del Trono di spade e l’ultimo libro di quella di Twilight. La tenda in questione, dice Frost nelle parole italiane di Bre in Fuoco e ghiaccio, è addirittura asciugata da una «brezza estiva», e tuttavia m’infreddolisce il suo metaforico stagliarsi solitaria in mezzo a un campo: unica resistenza volatile a quel venticello di libertà, unica traccia umana, sebbene disabitata, in un vuoto naturale.

Bre non può restituire la stranezza del pronome cui simili descrizioni si riferiscono, la prima parola di tutto il testo. In italiano la tenda è sempre una lei, in inglese chiamarla «she» (invece che «it») ne denuncia lo statuto figurale. Colei rappresenta, a detta degli esegeti, l’amante del poeta, una donna sposata che, pur riamandolo, non lasciò per lui il marito. La metafora oggettuale è tutta predicata nel dialogo tra moto e stasi: nei tiranti e nel palo che, sebbene provvisori e solo minimamente architettonici, impediscono alla tela serica di librarsi nell’alito di vento che l’attraversa senza riuscire a portarla via.

Tende solitarie

In biblioteca trovo una curiosa antologia poetica di qualche decennio fa, tutta dedicata alle tende letterarie d’America. Per tende intendo quel che descrive Frost, non i tendaggi da finestra: si tratta infatti di un libriccino dedicato al campeggio, e destinato appunto a chi campeggia. Dopo The Silken Tent di Frost c’è Night on the Mountain di George Sterling – meno nordico. C’è Teach Me Your Mood, O Patient Stars di Ralph Waldo Emerson – che invece è, pure lui, assai New England. Tutte tende singole comunque, quando ci sono, coi loro singoli, sparuti campeggiatori. Un’antologia di misantropi.

I destinatari di tale florilegio sarebbero, secondo la stringata introduzione, i ragazzi (al maschile) che amano dormire, proverbialmente, sotto le stelle, come i protagonisti delle poesie. Mi colpisce, leggendole, l’assoluta solitudine di questi campeggianti soggetti letterari, evidentemente unica compagnia, nell’immaginazione dei curatori, dei lettori stessi, anche loro da pensare soli al cospetto della natura in cui soggiorneranno all’addiaccio per qualche notte.

Immagino dunque una costellazione di tende femmine da poesia di Frost, abitate ognuna, come un grembo, da un unico maschio insonne. Penso a quella biografia di Alexander Supertramp da cui Sean Penn trasse il film Into the wild: il nefasto equivalente maschile di quel che fu Il meraviglioso mondo di Amélie per l’immaginario delle mie coetanee. E, non essendo mai stato boy scout né avvertendo particolari richiami della foresta, m’impensierisco. Il punto di inoltrarsi nei campi, lungo le coste e sulle montagne senza tornare indietro per la notte non è proprio quello di condividere l’accampamento, alla luce vibrante del falò, coi compagni d’avventura?

L’accampamento

Mi pongo questa domanda da catechista paternale non perché non capisca la mitologia romantica del solitario che affronta gli elementi – anche se, devo ammettere, mi annoia. La questione è che prima di lasciarmi contaminare dall’immaginario americano, così individualista, l’accamparsi e il campeggiare mi apparivano come siti sociali, addirittura di socializzazione, e in particolare come cruciali spazi dell’affratellamento e della collaborazione tra maschi. Non che nell’immaginario letterario italiano manchino i montanari solitari, come diversi recenti romanzi di successo dimostrano. E certo l’opzione di campeggiare in coppia, da fidanzati o amanti, è ben contemplabile – sebbene offra spesso un incipit ai film dell’orrore sui bigfoot, le streghe silvane o gli alieni in cui i protagonisti finiscono sempre un po’ denudati tra cortecce, ruscelli e pozze di fango. Pensavo però ai luoghi in cui andrei a cercare, se dovessi scriverne un saggio antropologico, i maschi, presi come comunità separata dal resto del consesso umano. E a parte i bagni dei maschi, gli spogliatoi dei maschi, certi templi, certi consigli d’amministrazione, certi panel di esperti e certe antologie letterarie appunto, un ambiente esclusivamente maschile che mi viene subito in mente è la costellazione di tende che forma l’accampamento bellico di un poema epico, di una guerra di trincea novecentesca o di un assedio rinascimentale. Anche se, secondo Frost, è una lei, la tenda offre alla storia d’Europa, letteraria e non, un contenitore per maschi da combattimento.

Condividere la tenda

Secondo diversi biografi, inclusi Plutarco e Oliver Stone, Alessandro Magno condivideva la sua leggendaria tenda regale coi fidati commilitoni che erano cresciuti con lui: quelli con cui spartiva anche gloria, potere e bottino pur rimanendo primo tra pari. La sua reggia mobile era meno spartana di quella di Giulio Cesare, che però pure la divideva, nel mito letterario, con strateghi e compagni. Nei bassorilievi e nei dipinti che ritraggono la scena in cui Priamo supplica Achille perché gli restituisca il corpo di Ettore lo sfondo è sempre la tenda del mirmidone, che appare enorme, popolata. Ma fuori dalle napoleoniche tende dei condottieri si stagliò verosimilmente in ogni epoca l’equivalente di un temporaneo villaggio vibrante di ansie e febbri da vincere insieme, la cui realtà ci è restituita più da certi abbaglianti passaggi dei Versi militari di Saba che non dagli angosciosi frammenti di Ungaretti.

L’inventore del realismo magico, Massimo Bontempelli, durante la prima guerra mondiale lavorava come corrispondente bellico e, raggiunto il fronte italiano a nord (probabilmente più a nord di quanto non mi trovi ora, sotto zero, a scrivere), si meravigliava di trovarlo tranquillo come un paese, coi soldati intenti a sciacquarsi i panni, cucinare, giocare a carte. Contemplandolo da un’altura al calar della sera, punteggiato di fuochi, gli destava nella memoria il ricordo delle ottave dei poemi cavallereschi, che del resto hanno generato incredibili immagini di tende affastellate nelle illustrazioni a stampa rinascimentali e barocche.

Non è certo la guerra a riscaldarmi in queste immagini lontane dal New England, dove pure due secoli fa si è combattuto tra maschi abitando tende. È il fatto che persino al fondo infernale dell’esperienza umana, impossibile da romanticizzare senza suonare idioti o fascisti, debba essersi verificata la stessa fraterna condivisione per cui è addirittura bello, con buona pace dei poeti moderni d’America, affrontare la notte selvaggia in compagnia. Persino nei western più efferati d’altronde, montata la tenda per la notte e acceso il fuoco, i cowboy si confessano tra loro un timore, una nostalgia, un trauma – se non un inammissibile desiderio, come nello struggente racconto di Annie Prolux che ha ispirato il film Brokeback mountain.

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