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In questo luglio di crisi climatica facciamo sempre la stessa cosa: niente

Questo luglio infinito ci sta insistentemente dicendo due cose: la prima, è che le conseguenze del cambiamento climatico sono arrivate prima di quanto ce le aspettassimo. Continuiamo a rimandare al 2035 o al 2050, ma sono ormai due estati consecutive in cui il Nord Italia raggiunge con costanza temperature sopra i 40°, il mare risale il Po per decine di chilometri, i ghiacciai si sciolgono, i fiumi sono in secca per mesi, la siccità mette a dura prova l’agricoltura e le foreste e la stagione degli incendi è sempre più lunga e sempre più intensa.

La seconda, a dire il vero, ce l’ha insegnata prima la pandemia: anche di fronte all’evidenza, siamo – come società – molto restii a capire cosa fare, e quindi tendiamo a fare la cosa più semplice di tutte: non fare niente. Dimenticandoci che l’inazione è anch’essa una scelta, e in particolare una scelta che preserva lo “status quo”.

Tutte le volte che sento critiche alle tecnologie rinnovabili («le pale eoliche sono brutte, deturpano il paesaggio», «i pannelli solari a terra consumano suolo»), penso che all’economia fossile – quella che ci sta spingendo verso un’estate da maggio a ottobre entro pochi anni, con ondate di calore a 50° e ondate migratorie di proporzioni colossali – ha e ha avuto molti meno ostacoli, per il semplice fatto di essere, appunto, lo status quo.

Alle rinnovabili chiediamo di essere belle, performanti, economiche, e di esserlo subito. All’economia fossile non chiediamo mai niente: lei ha il privilegio di esserci, la suprema forza dell’inerzia.

Un’inerzia che, nell’insieme, è industriale, economica, politica: individualmente, è culturale e cognitiva.

Di fronte ad un problema così più grande di noi, siamo come gli struzzi delle barzellette o i bimbi piccoli che giocano a nascondino: mettiamo le mani davanti agli occhi sperando che i problemi scompaiano da soli e non ci vedano.

Questa disparità di giudizio – contare i costi della transizione ecologica ma non quello dell’inazione – la conosciamo bene, perché è una disparità generazionale: è come comparare un quarantenne dottorato di oggi con un coetaneo diplomato e baby pensionato di trent’anni fa; e giudicare male il primo perché non ha la casa di proprietà e tre figli e i risparmi a lievitare nel conto in banca.

Non è un caso che la stessa generazione che ci ha portato a questa situazione sia quella che non vede il problema.

«Se pensi che l’educazione sia costosa, prova l’ignoranza» diceva Derek Bok, rettore di Harvard. Continuiamo a concentrarci sui costi visibili, mentre ignoriamo i costi invisibili, ma che sono altrettanto reali. Anche se il capitalismo degli ultimi cento anni non ha voluto attaccare il cartellino del prezzo alle emissioni di anidride carbonica, non significa che queste emissioni non siano esistite.

Ha sempre amato il concetto di debito, questo capitalismo, dimenticandosi che prima o poi questo debito va pagato. Il clima sta ora chiedendoci il conto, ed è solo l’inizio.

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