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Immigrazione e campagna elettorale, poche idee, e confuse

In una campagna elettorale connotata da forti personalismi e da programmi politici ancora molto vaghi, il tema dell’immigrazione torna alla ribalta. Ma i partiti paiono avere le idee poco chiare. Non basta dire, come aveva fatto qualche settimana fa Mario Draghi, «non si può essere aperti senza limiti. A un certo punto il Paese che accoglie non ce la fa più». Servono strategie concrete.

“Zero clandestini”

Il leader della Lega Matteo Salvini ha lanciato lo slogan “zero clandestini”, che si suppone condiviso anche dai suoi alleati. Vuole ottenere il risultato con la chiusura dei porti, politica che aveva adottato quando era ministro dell’Interno nel governo Conte I, e che continua a rivendicare. Evidentemente, il fatto che tale politica violi convenzioni internazionali, rappresentando un illecito, per Salvini non è un problema, nonostante i processi nei suoi riguardi.

L’obiettivo “zero clandestini” richiede pure che si operino espulsioni per chi varca i confini illegalmente. Al riguardo, va ricordato che per chi proviene da determinati paesi non ci sono modi regolari per fare ingresso in Italia, salvo essere ricompresi nelle esigue quote previste dal cosiddetto decreto flussi o nei numeri ancora più esigui dei corridoi umanitari. Chi non riesce ad arrivare attraverso questi canali dovrebbe essere rimpatriato nel paese di provenienza. Nel 2018 Salvini aveva promesso che avrebbe fatto «centomila espulsioni all’anno», riducendo poi la sua ambizione a 100 persone al giorno (dunque circa 36.500 all’anno).

Ma secondo i dati del Viminale, tra il 1° agosto 2018 e il 31 luglio 2019, sono state rimpatriate 6.862 persone. A fronte di ciò, il Partito democratico non trova di meglio che rinfacciargli via Twitter gli scarsi risultati ottenuti.

I rimpatri

La Corte dei conti italiana, in una relazione del maggio scorso (n. 10/2022), ha fornito una serie di dati sui rimpatri, che ne attestano la limitatezza rispetto agli arrivi. Dal 2018 al 2020 i rimpatri “forzati” hanno riguardato 16mila stranieri, a fronte di 69.000 arrivi nello stesso triennio, con una spesa pari a circa 27,4 milioni di euro. Il fatto è che tali rimpatri non sono realizzabili in mancanza di accordi di riammissione con gli Stati di origine dei migranti.

A questo riguardo, la Corte dei conti europea (relazione speciale n. 24/2019) ha rilevato tra le criticità concernenti l’Italia, oltre alla difficile cooperazione con i paesi terzi di origine dei migranti, l’eccessiva durata delle procedure di asilo, la difficoltà nel localizzare i migranti rimpatriabili e monitorare le partenze volontarie; l’insufficiente capienza dei centri di trattenimento pre-allontanamento. Anche i risultati degli accordi di riammissione tra Ue e paesi non-Ue sono modesti.

Nell’ottobre 2019 il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, vantò il fatto che, grazie al decreto “Paesi sicuri” – paesi ove fondatamente si può presumere sia garantita la tutela dei diritti umani – in 4 mesi sarebbero state portate a termine le istruttorie per le richieste di asilo di chi proveniva da quei paesi e i rimpatri dei non aventi diritto. Di Maio omise di considerare che, senza accordi di riammissione con tali paesi, i rimpatri non sarebbero comunque aumentati.

Nell’ultima relazione annuale, presentata nel giugno scorso, il Garante dei detenuti ha sollevato anche la questione della legittimità della permanenza dei migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), «quando sia già a priori chiaro che il rimpatrio verso quel determinato paese non sarà possibile».

Esternalizzazione delle frontiere

La strategia che pare mettere d’accordo le parti politiche è quella della esternalizzazione delle frontiere – azioni volte al controllo dei confini, per impedire che i migranti possano attraversarli – perseguita a livello sia europeo sia nazionale.

I fondi dell’Unione europea rivenienti dal fondo fiduciario d’emergenza per l’Africa sono stati utilizzati per lo più per arginare le migrazioni verso l’Europa. Come si legge su Openpolis, si tratta di una soluzione che l’Europa «ha ripetutamente messo in atto negli ultimi anni», ma che non agisce «sulle cause reali della migrazione né garantisce un approccio sostenibile e rispettoso dei diritti umani.

Inoltre, avviene a scapito di maggiori investimenti in servizi essenziali come sanità e istruzione nei paesi beneficiari delle politiche di cooperazione, che invece sarebbero realmente capaci di ridurre i flussi, migliorando le condizioni di vita delle persone nei loro paesi».

Peraltro, questi fondi – che vanno ad arricchire i regimi dei paesi d’origine dei migranti, anziché le popolazioni – non hanno fermato i migranti. Anche l’Italia ha seguito la strada dell’esternalizzazione delle frontiere, «a partire dal memorandum di intesa Italia-Libia siglato nel 2017 dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti e poi rinnovato nel 2020, con la finalità esplicita di tenere i migranti al di fuori dei confini italiani. Questo nonostante il paese nordafricano abbia registrato numerosi casi di abuso, detenzione arbitraria, tortura, sfruttamento e estorsioni ai danni dei migranti che vi transitavano».

Invece, non si stanno sviluppando appositi corridoi umanitari.

Burocrazia

Due strumenti messi in campo negli ultimi anni per affrontare il tema dell’immigrazione, il “decreto flussi” e la “sanatoria”, procedono a rilento a causa della burocrazia.

Il decreto flussi, finalizzato all’ingresso di lavoratori stranieri – l’ultimo (Dpcm 21 dicembre 2021) ha raddoppiato le quote previste per il 2022 (69.700, di cui oltre 40 mila stagionali) rispetto a quelle degli anni precedenti – richiede un iter di diversi mesi prima che le persone possano iniziare in concreto a lavorare.

La sanatoria prevista dal decreto “Rilancio” (d.l. n. 34/2020) – come rilevato dal monitoraggio da parte della campagna Ero Straniero – ha consentito di regolarizzare, dopo quasi due anni, appena il 50 per cento delle 207 mila domande presentate dai datori di lavoro. Eppure si trattava di un provvedimento emanato in via d’urgenza, per fare fronte alla carenza di manodopera in due settori essenziali, agricoltura e lavoro domestico. Ma di questa burocrazia, regolatoria e operativa, i partiti politici non paiono interessarsi.

Come avevamo scritto su queste pagine, servirebbero interventi tesi ad affrontare l’immigrazione – fenomeno che sarà sempre più rilevante nei prossimi anni – in termini strutturali, e non emergenziali. Dal permesso di soggiorno temporaneo, da rilasciare a lavoratori stranieri per facilitare l’incontro con i datori di lavoro italiani, al sistema dello sponsor, per l’inserimento nel mercato del lavoro di immigrati con garanzia di risorse finanziarie e di un alloggio.

Il nostro sistema previdenziale regge fin quando i contributi pagati dai lavoratori in un certo anno riescono a finanziare la spesa per le pensioni nel medesimo anno. Il crollo della natalità rende necessario reperire altre risorse: l’entrata di immigrati regolari permetterebbe di aumentare il numero dei contribuenti. Ma anche di questo nella campagna elettorale non si parla.

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