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Il Superclan decide, i Giusti muoiono – Editoriale di Margherita Furlan

di Margherita Furlan

Gli anni passano e anche oggi, come trent’anni fa, le onde del mare s’infrangono ai piedi del promontorio palermitano, quello stesso promontorio che ha visto e che tuttora vede prendere decisioni nefaste per il futuro del pianeta, nel silenzio dei popoli. Nell’omertà di un Paese in cui, a trent’anni dalla strage di Capaci, non c’è più spazio per commemorazioni in cui non si dice la verità. Perché non è un Paese normale quello in cui bisogna aspettare 30 anni per attendere ancora delle risposte, che mai arriveranno se quel sistema crinale integrato scoperto da Giovanni Falcone continuerà a dominare i destini del mondo e dei popoli, nella debolezza dei governi, così come delle opposizioni, o presunte tali. Un tempo c’era la mafia cruenta di Totò Riina, ora non c’è più bisogno di sparare, basta chiedere e tutte le porte si aprono, perché quel che conta sono i soldi e la visibilità. La legislazione anti mafia si può smantellare, anzi, si deve smantellare, l’indipendenza della magistratura va cancellata, per favorire così la prosecuzione dei rapporti tra mafie, pezzi di Stati neanche tanto nascosti, e anche detti Deep State, e servizi segreti internazionali, per favorire il traffico di droga che consente ai governi del mondo di comprare e vendere armi e così alzare o abbassare il PIL di un Paese in base agli ordini ricevuti dal Superclan, stretto amico e collaboratore di uomini che vivono nell’ombra ma che sono conosciuti e protetti da tutti gli apparati istituzionali. A denunciare i fatti, oltre che i numeri, per primo ci pensò Giovanni Falcone, che per questo morì, in un tratto di autostrada, a Palermo, insieme a Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani. Uccisi, Traditi, Dimenticati. E’ il destino dei Giusti, e di coloro che li difendono, sempre troppo pochi. Ma i Giusti si rialzano, e le loro idee, anche dopo la morte, prendono vita e assumono volti e nomi nuovi, Nino di Matteo, Roberto Scarpinato, Giuseppe Lombardo, Luca Tescaroli, Sebastiano Ardita, uomini che vengono nuovamente attaccati in un vortice dantesco che mai si fermerà almeno finché il danaro resterà il valore assoluto delle nostre vite e non si darà inizio a una vera e sana informazione che genera formazione e cultura invece che voti elettorali. A trent’anni dalla sua morte, Giovanni Falcone è ancora qui, a ricordarci che la partita spetta a noi, figli di quella Costituzione da onorare fino all’ultima goccia di sangue, fino a che i germogli di quell’homo novus che andiamo cercando non si formeranno nel nome della verità, della giustizia e della libertà. Questa volta senza ipocrisie e false passerelle.

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