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Il sì di Gori ai referendum sulla giustizia

L’intervento

Il suo Pd è per il no. Ma il sindaco di Bergamo ci spiega perché i quesiti referendari vanno sostenuti

Il 12 giugno voterò “Sì” a tutti e cinque i referendum sulla giustizia. Lo farò con convinzione, nonostante il mio partito – il Pd – si sia espresso diversamente. Ringrazio il segretario Enrico Letta per aver esplicitamente richiamato la libertà dei singoli su questa materia. Farò dunque uso di questa libertà per tradurre in espressione di voto i princìpi garantisti nei quali mi riconosco, a mio avviso fondamentali per ogni democratico e riformista. 

 

Lo farò in base all’idea che i referendum, nella loro imperfezione, possano rappresentare una spinta importante per affrontare alcuni nodi irrisolti della giustizia italiana. Le riforme andavano fatte in Parlamento, ma poche se ne sono fatte, e molti nodi sono rimasti lì. Un referendum non fa una riforma ma serve a dare un segnale – nel mio auspicio il segnale che il giustizialismo non è più maggioranza nel paese – affinché il Parlamento lo raccolga e faccia il suo lavoro. Mi conforta e mi incoraggia il fatto che diversi altri esponenti del Pd, indipendentemente dalla loro collocazione nel partito, condividano queste posizioni e si accingano – chi su tutti i referendum, chi solo su alcuni – ad esprimersi nello stesso modo.

Voterò “Sì” rispetto ai due quesiti più tecnici, quello che ammette avvocati e professori universitari all’interno degli organismi di valutazione dei magistrati, così da limitarne l’autoreferenzialità, e quello che elimina la raccolta di firme quale requisito per la presentazione dei candidati al Csm, con l’obiettivo di mettere in discussione l’attuale sistema favorevole alle correnti. Entrambe le modifiche normative – con piccole differenze – si muovono nel solco della riforma della giustizia in discussione alla Camera: una ragione in più per votare a favore.


Voterò Sì al referendum sulla separazione delle funzioni dei magistrati, perché tra le carriere di giudici e pubblici ministeri dell’accusa ci sia una distinzione più netta, a tutela dell’equità del processo e dei diritti della difesa. E’ vero che resterebbe in vita un solo concorso, e un solo Csm, ma il divieto assoluto di passaggio da una funzione all’altra mi pare decisamente preferibile alla riduzione – da quattro passaggi ad uno – prevista dalla riforma attualmente in discussione.

Ancora, voterò SÌ all’abrogazione della legge Severino, pur consapevole che riguarderebbe anche l’incandidabilità e il divieto di ricoprire incarichi di governo per i condannati in via definitiva per delitti non colposi, cosa a mio avviso non auspicabile e che richiederebbe un successivo intervento correttivo del Parlamento. Tuttavia la legge prescrive una cosa assolutamente inaccettabile, ovvero l’incandidabilità o la sospensione di amministratori locali e regionali condannati in primo grado – quindi con giudizio non definitivo – anche per reati minori, come l’abuso d’ufficio. Si tratta di una grave violazione del fondamentale principio di non colpevolezza, ossia della presunzione di innocenza sancita dall’art.27 della Costituzione fino a che non intervenga una condanna definitiva, aggravata dalla patologica sproporzione tra il numero dei procedimenti per abuso d’ufficio avviati e quelli conclusi con una condanna definitiva (54 su 6.500 per quelli avviati nel 2017).

E’ evidente, visti gli effetti contraddittori del quesito, che un intervento del Parlamento sarebbe stato di gran preferibile allo strumento referendario, e a più riprese gli amministratori del PD hanno sollecitato i vertici del partito affinché si realizzasse una correzione della legge in sede parlamentare, ma non è accaduto nulla. Così, per tutelare i sindaci che la legge Severino ha trasformato in “presunti colpevoli”, sospendendoli ingiustamente dai loro incarichi – con ciò violando anche i diritti democratici di chi li aveva eletti – non ci resta oggi che il voto del 12 giugno.

 

Infine, voterò SÌ al referendum che si propone di limitare il ricorso alla custodia cautelare, di cui in Italia si abusa gravemente. Negli ultimi dieci anni i cittadini in carcere in attesa di giudizio sono stati costantemente il 35 per cento dei detenuti, contro il 22 per cento della media europea. E 12mila 583 persone – ha ricordato Alessandro Barbano – tante quante gli abitanti di Isernia, sono state assolte o prosciolte negli ultimi tre anni dopo essere finite in carcere da innocenti. 

Il referendum punta ad abrogare una delle tre motivazioni che sostengono la possibilità che un cittadino venga incarcerato: il rischio di reiterazione del reato. E’ un pericolo, è stato detto: chi fermerà i criminali – o i mariti violenti – che rimessi in libertà potrebbero tornare a delinquere, a picchiare, o persino arrivare ad uccidere? Questo allarme a me pare infondato. Il referendum infatti non cancella quella parte della legge che prescrive l’adozione della custodia cautelare quando sussiste il “concreto e attuale pericolo che l’indagato commetta gravi delitti con l’uso di armi o altri mezzi di violenza personale, o delitti contro l’ordine costituzionale, ovvero di criminalità organizzata”. La “violenza personale” include tutte le manifestazioni di stalking e di violenza domestica. Il referendum non mette quindi in pericolo la sicurezza dello Stato e neppure quella delle vittime dei delitti di violenza di genere. In compenso, al netto di questi casi, la custodia cautelare fondata sul pronostico della reiterazione del reato presuppone la colpevolezza, anziché l’innocenza; è (in)giustizia basata sul sospetto, contraria ad ogni forma di garantismo e in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione. Per questo voterò SÌ. Quando la Corte Costituzionale, il 16 febbraio scorso, diede il via libera ai primi quattro quesiti sulla giustizia, sperai potesse trattarsi di un “segnale forte” che il Parlamento sarebbe stato in grado di raccogliere, attivandosi per modificare le leggi con quel grado di puntualità che allo strumento referendario è per forza precluso. “Se non lo farà il Parlamento”, scrissi, “è però un bene che la parola passi ai cittadini”. Su alcuni temi, tra cui la separazione delle carriere, qualcosa si è mosso, e l’iter della riforma è in corso; ma su quelli forse più significativi, modifica della Legge Severino e limitazione del ricorso alla custodia cautelare, i due che investono il fondamentale principio della presunzione di innocenza, il Parlamento non ha mosso un dito. E dunque è un bene la parola passi ai cittadini. Sperando che siano in tanti a votare, che siano debitamente informati e che in maggioranza si esprimano per il SÌ. 

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