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Il prezzo di Calenda per Letta è la rivolta di sinistra e verdi

L’accordo con Azione produce un terremoto fra gli alleati della sinistra ambientalista. Rimandato il vertice Bonelli e Fratoianni: tutto da rinegoziare, serve un segnale. A Calenda non importa: loro un problema del Pd

L’appuntamento fissato per ieri alle tre del pomeriggio per chiudere l’accordo è rimandato, a sera non c’è una nuova data. Gli ottimisti dicono oggi. Ma è chiaro che prima di incontrare la pattuglia rossoverde, Enrico Letta dovrà aver superato la sua nuova fatica.

E cioè aver trovato un modo per fermare lo smottamento che ha investito gli attivisti di Sinistra italiana e Europa verde dopo l’accordo del Pd con Carlo Calenda. Una scelta che ha chiuso un fronte, ma ne ha aperti due. Calenda, dal canto suo, da subito ha cominciato ad andare in tv spiegando che il programma concordato è «l’Agenda Draghi» – un dito nell’occhio a chi Mario Draghi non l’ha mai votato – e che l’esigenza di un coté rossoverde nell’alleanza «è un problema di Letta, non nostro».

Nicola Fratoianni viene descritto più concentrato a trovare una soluzione, l’ecologista Angelo Bonelli è infuriato. Ma sono sfumature umane, i due fin qui marciano uniti. Per questo hanno deciso di rinviare il vertice con il Pd, «alla luce delle novità politiche emerse».

La novità c’è, obiettivamente. All’inizio Letta aveva proposto a tutti i papabili un’alleanza solo «elettorale»: ciascuno si fa la campagna sul suo programma, uniti solo sui nomi degli uninominali per contrastare la valanga di destra. Ora però con Calenda & Co. l’alleanza è diventata «programmatica» e sbilanciata sui temi liberal. Bonelli chiede un riequilibrio: «L’accordo tra Pd e Calenda va rinegoziato».

Per un rigassificatore

Nell’accordo Pd-Azione non c’è solo l’agenda Draghi. Se il governo è saltato per un inceneritore, l’alleanza potrebbe saltare per «la realizzazione di impianti di rigassificazione». Certo, «nel quadro di una strategia nazionale di transizione ecologica virtuosa e sostenibile», come ha voluto aggiungere il Pd. Ma ai rossoverdi poco importano le generiche citazioni della transizione: sono contro il rigassificatore di Piombino, peraltro come il Pd locale (non quello nazionale). Dunque «essendo cambiate le condizioni su cui abbiamo lavorato in questi giorni, sono in corso riflessioni e valutazioni che necessitano di un tempo ulteriore».

Riunione dal vivo ieri mattina, da remoto la sera. L’ipotesi, da parte verde, sarebbe quella di firmare con Letta un accordo su alcuni temi, peraltro tutti già condivisi: fra cui la prosecuzione dell’agenda 2030, i contenuti del Fit for 55, il pacchetto climatico della Ue, il salario minimo, il «no al nucleare». Quest’ultimo è un punto delicato: Calenda è favorevole.

Ma il segretario Pd forse può spingersi a una dichiarazione comune d’intenti, non a stringere un patto parallelo, come ha fatto Silvio Berlusconi nel 1994 con il Polo del buon governo con An al sud e il Polo della Libertà con la Lega al nord. L’idea di «rinegoziare» l’accordo con Calenda è esclusa.

Nei collegi

Poi c’è la questione dei collegi. Fratoianni è stato il primo a proporre che i leader non finiscano negli uninominali, per evitare candidature «divisive». Respinta con sdegno la proposta del «diritto di tribuna» nelle liste Pd (sono sicuri di superare lo sbarramento del tre per cento). Resta che «fra noi e Azione nei sondaggi ci sono pochi decimali di differenza», ragiona l’ecologista Filiberto Zaratti, «e invece noi ci troveremmo a votare all’uninominale una cinquantina di calendiani, magari a favore del nucleare. Con tutta la buona volontà, no. Serve un riequilibrio». Al Nazareno c’è chi ipotizza un risarcimento congruo in collegi in bilico.

Il riequilibrio chiesto è anche politico. L’accordo con Calenda ha inchiavardato il Pd al centro, altro che «la sinistra è il Pd», come piace dire a Letta alle feste dell’Unità. Per questo il ministro Andrea Orlando tende una mano agli alleati maltrattati: «È importante che il Pd dia un segnale e sono certo che lo darà». Altrettanto fa Nicola Zingaretti.

Il tentativo di Conte

Mentre Letta cerca la misura, per evitare che un «segnale» a manca riapra nuovi problemi a destra, Giuseppe Conte fiuta l’occasione e apre le braccia ai rossoverdi. Qualche ambasciatore grillino si è fatto avanti con Si. Ma la verità è che Conte, già abbastanza nei guai con i suoi, non è in grado di offrire né alleanze né seggi. Se si arrivasse alla rottura con il Pd, Si ha un simbolo esentato dalla raccolta di firme. Ma è extrema ratio, di quelle che circolano all’inizio di un negoziato duro.

Per Letta i tavoli non finiscono mai. Ieri ha incontrato Luigi Di Maio e Bruno Tabacci, altre due “vittime” dell’accordo con Calenda. Esclusi dall’uninominale, ma animatori di una lista che dispera di raggiungere lo sbarramento. Il Pd offre un diritto di tribuna (cioè due-tre seggi nel proporzionale) ma caldeggia la presentazione della lista Impegno civico insieme ai sindaci di Federico Pizzarotti. Solo che fra Di Maio e l’ex sindaco di Parma il rapporto non è cordiale.

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