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Il leghista Fabio Pinelli è il nuovo vicepresidente del Csm

il voto

Il laico voluto dalla Lega è stato eletto al terzo scrutinio con 17 voti, contro i 14 ricevuti dal candidato del Pd, Roberto Romboli. In passato è stato avvocato di Luca Morisi e Armando Siri. “Cerchiamo di essere credibili, trasparenti, mai obliqui nell’interesse del paese”, ha detto dopo l’elezione

Il candidato della Lega, Fabio Pinelli, è il nuovo vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Lo ha eletto il plenum del Csm con 17 voti al terzo scrutinio. Dietro di lui il laico eletto su indicazione del Pd, Roberto Romboli, che ha ottenuto 14 voti. Una sola scheda bianca. La guida dell’organo di governo autonomo delle toghe cambia quindi colore, dopo la vicepresidenza del dem David Ermini.

“Cerchiamo di essere credibili, trasparenti, mai obliqui nell’interesse del paese”, ha detto Pinelli prendendo la parola al plenum subito dopo la sua elezione. Il “Consiglio è chiamato a obiettivi rilevanti e sono certo che li affronterà con obiettività e concretezza”, ha invece affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando che “i componenti togati e non togati si distinguono solo per la provenienza”.

Fabio Pinelli con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Avvocato penalista di Padova, Pinelli è noto per aver difeso Luca Morisi, ex spin doctor di Matteo Salvini e ideatore della “Bestia” social della Lega, nel procedimento che lo vide indagato (e poi prosciolto) con l’accusa di cessione e detenzione di sostanze stupefacenti. Prima della sua elezione al Csm, Pinelli ha assistito anche il senatore leghista Armando Siri, indagato in un’inchiesta per finanziamento illecito a partiti, e la regione Veneto (guidata da Zaia) come parte civile in alcuni processi legati alle infiltrazioni della criminalità organizzata.

Pinelli è stato anche il legale del sindaco di Padova (di centrosinistra), Sergio Giordani, indagato per concussione per i lavori dello stadio cittadino. Un profilo molto tecnico, come avevamo scritto oggi, capace di attrarre consensi trasversali. I fatti lo hanno confermato.

In una lettera inviata al Foglio qualche tempo fa, Pinelli aveva evidenziato i danni dovuti all’eccessiva durata dei processi in Italia:

Al direttore – Entro la fine di aprile le commissioni di esperti del ministero della Giustizia dovranno elaborare gli emendamenti che il governo proporrà sul testo del disegno di legge Bonafede per la riforma della giustizia; una settimana prima scadrà il termine per il deposito di quelli parlamentari. Il fermento in sede politica è notevole. A confrontarsi con l’altissimo profilo di coloro che sono stati scelti ai vertici dei gruppi tecnici c’è da essere cautamente ottimisti. La politica potrebbe essere in grado di mettere da parte le pregiudiziali ideologiche dello scontro e condividere le direttrici di una nuova stagione della giustizia penale. I punti fondamentali li ha evidenziati la stessa ministra Marta Cartabia in occasione della sua audizione avanti alla commissione Giustizia della Camera dei deputati. La durata del processo penale dev’essere riallineata alla media europea, mantenendo tuttavia inalterato il rispetto di alcuni princìpi fondamentali: il giusto processo, il diritto di difesa, la presunzione di non colpevolezza e la funzione rieducativa della pena. Il tema della ragionevole durata del processo si mostra come prioritario rispetto ad altri, perché la situazione del carico giudiziario del nostro sistema giustizia appare oggi sempre più difficile da gestire. Lo stato non può permettersi di tenere le persone imputate a vita: ciò vìola i princìpi costituzionali e lede la dignità umana. Senza dimenticare che il 40 per cento dei processi termina con un’assoluzione. Le conseguenze familiari ed economiche di processi pluri-decennali risultano essere spesso irreversibili. Il processo è già pena, come insegnava Francesco Carnelutti; lo è a maggior ragione oggi, nel tempo della comunicazione globale, dove le notizie hanno diffusione senza confini e i danni reputazionali del circuito mediatico-giudiziario non vengono mai risarciti da una successiva assoluzione. Non c’è dubbio che l’affaire prescrizione dei reati, oggi sospesa a vita con la pronuncia della sentenza di primo grado, è il più delicato, da un punto di vista giurisdizionale e politico. Non è solo un problema di compatibilità con il principio garantista della nostra democrazia costituzionale; è anche una questione di tenuta del sistema, che senza la prescrizione è destinato a non riuscire a gestire il carico giudiziario. Coglie nel segno, la ministra Cartabia, quando rileva che la priorità è quella di assicurare un processo dalla durata ragionevole, che risolverebbe il problema della prescrizione, relegandolo a evento eccezionale. Ma resta inalterato il tema teorico: una liberal-democrazia costituzionale ed europea non può non porre una linea di confine temporale rispetto alla propria pretesa punitiva, senza mettere in discussione sé stessa e le proprie fondamenta. Uno stato che non demorde, come ricordava Federico Stella, ha i tratti e le sembianze dello stato autoritario anziché dello stato democratico.

Fabio Pinelli, avvocato penalista, Università Ca’ Foscari Venezia

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