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Il grano e le mine, come fare? Il punto dell’amm. Sanfelice di Monteforte

La presenza di mine nel mar Nero non solo mette a rischio la catena di rifornimento del grano, con il rischio di una carestia nei Paesi più poveri, ma mette anche a repentaglio la navigazione nel bacino, a causa della presenza di vere e proprie “mine vaganti” trascinate delle forti correnti. Per questo, è lodevole la disponibilità italiana a partecipare alle operazioni di sminamento. Il punto dell’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, esperto militare e docente di Studi strategici

Alcuni organi di stampa hanno riportato la notizia che l’Italia, per bocca del presidente del Consiglio Mario Draghi e del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, avrebbe assicurato la sua disponibilità a partecipare, con due unità della nostra Marina, allo “sminamento del porto di Odessa” (Il Foglio del 20 maggio), naturalmente in caso di tregua tra la Russia e l’Ucraina. In realtà, non si tratta di sminare il porto, bensì di rendere sicuro il tratto di mare che lo collega alle acque profonde, liberandolo dalle mine.

Le mine sono, essenzialmente, di due tipi: alcune vengono posate sul fondo ed esplodono quando i loro sensori avvertono il passaggio di una nave nelle vicinanze; altre, più economiche, sono ancorate sul fondo e vengono trattenute, quasi a pelo d’acqua, da una catena che impedisce loro di galleggiare, ed essere quindi scoperte.

La ragione di questo interesse da parte della comunità internazionale per lo sminamento del porto di Odessa, e non solo, è dovuta al fatto che numerosi mercantili carichi di grano – si parla addirittura di 84 navi (Il Corriere della Sera del 22 maggio) – sono infatti bloccati nei porti dell’Ucraina, che avrebbe, inoltre, immagazzinati nei suoi silos venti milioni di tonnellate di cereali da consegnare ai suoi acquirenti, quasi quanto viene consumato in un anno dagli Italiani. Visto che, tra Russia e Ucraina, la produzione di cereali ammonta a circa un terzo di quella mondiale, e quindi è in larga parte destinata all’esportazione, persino le Nazioni Unite si stanno preoccupando del rischio di una catastrofica carestia, che colpirebbe soprattutto i Paesi più poveri del mondo. Naturalmente, il governo di Mosca ha assicurato di poter supplire, con le proprie risorse, a questa indisponibilità, anche se questa affermazione deve ancora essere verificata e, come vedremo, non è detto che possa farlo senza rischi per le navi che lo trasporterebbero.

La causa di questi rischi non è solo dovuta al blocco navale russo, che colpirebbe solo l’Ucraina, ma al fatto che, fin dai primi giorni di conflitto, si sono moltiplicate le segnalazioni di mercantili affondati o danneggiati da mine. Il minamento dei mari è il principale modo di limitare la mobilità delle navi, idealmente solo quelle avversarie e, davanti ai porti commerciali, costituisce un ausilio alle operazioni navali di blocco.

Preoccupa, però, il fatto che non poche mine siano state viste galleggiare alla deriva, o addirittura siano finite sulle spiagge di Paesi rivieraschi del mar Nero. Mare che sta diventando pericoloso per la navigazione a causa di queste “mine vaganti” che possono danneggiare o affondare le navi, siano esse da guerra o mercantili, che lo percorrono. Questa presenza di mine alla deriva è dovuta a una caratteristica di questo bacino, poco profondo nella sua parte settentrionale e occidentale – e quindi ideale per il minamento – mentre nella parte meridionale, lungo la costa dell’Anatolia, arriva fino a duemila metri di profondità.

A ciò si aggiunge che è caratterizzato da forti correnti e violente tempeste, nonché dall’inusuale assenza di ossigeno in profondità. Di conseguenza, in caso di guerra, se da un lato è facile stendere campi minati, specie nella sua parte relativamente poco profonda (le mine sofisticate non perdono efficacia neanche se posate su fondali fino a mille metri), dall’altro la probabilità che una parte di queste mine venga dispersa dal maltempo e venga messa in circolazione dalle forti correnti è elevata. Le mine posate sul fondo, infine, grazie alla mancanza di ossigeno, rimangono attive, e pericolose per tempi molto lunghi.

Stando al poco che si conosce della guerra in corso tra Russia e Ucraina, ambedue le parti si sono preoccupate di diminuire la mobilità dell’avversario, stendendo campi minati. Il sospetto è che, anche in questo campo gli ordigni usati, stando ai primi esami sugli esemplari spiaggiati, siano di bassa affidabilità. Non si tratta, quindi, di liberare solo il grano ucraino, ma di rendere di nuovo sicura la navigazione in tutto il mar Nero.

Detto questo, è lodevole la disponibilità italiana a partecipare alle operazioni di sminamento del mar Nero, nell’ambito della Nato e/o dell’Unione europea quando e se vi sarà una tregua tra i contendenti. La nostra “Grande strategia”, fin dagli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, è quella di far capo alle organizzazioni, alleanze e unioni alle quali abbiamo aderito, fornendo quanto ci veniva richiesto, nei limiti delle nostre disponibilità. In particolare, in questi ultimi decenni abbiamo partecipato allo sminamento di numerosi tratti di mare, nell’ambito di operazioni multinazionali: nel 1984 i nostri mezzi per la caccia alle mine operarono nel golfo di Suez e nel mar Rosso, poi agirono due volte nel golfo Persico, nel 1987 e nel 1991 e, più di recente, bonificarono le acque costiere dell’ex-Jugoslavia per rendere sicuri gli approcci ai porti dalmati.

Il nostro impegno a liberare i mari dalla minaccia delle mine non è, quindi, una novità. Resta da vedere se e quando quest’operazione, che si preannuncia più complessa delle precedenti, potrà aver luogo, nell’attuale contesto di guerra senza limiti tra due Nazioni che, fino a poco tempo fa, si dichiaravano sorelle, e la cui lotta all’ultimo sangue rischia di causare una catastrofe umanitaria.

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