Il governo resiste: “Minimi correttivi, no ai tamponi gratis”

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ROMA  – È il momento più delicato da quando è a Palazzo Chigi. Mario Draghi ne è consapevole. Preoccupato, per certi versi. Nel fine settimana i No Pass tornano in piazza, si temono scontri. Portuali e trasportatori rischiano di rallentare la ripresa. Ma è proprio per queste ragioni che il premier in queste ore conferma la linea della fermezza. Difenderà il Green Pass, le sue regole, i suoi “fondamentali”. Non cederà alla richiesta di tamponi gratuiti. Anche la circolare del Viminale su chi lavora nei porti sarà modificata. Concederà solo aggiustamenti mirati, che non modificheranno l’impianto del rigore. Non può fare altrimenti: si aprirebbe una voragine.


Non sono soltanto le tensioni che hanno infiammato il Paese. L’allarme per il G20 di fine ottobre. C’è anche la politica. Matteo Salvini che continua a soffiare sul fuoco “no Green Pass”, sperando che diventi incendio. È un rebus politico e sociale da gestire. L’idea è resistere. Palazzo Chigi non ha dubbi, l’impianto reggerà. Da qui a domani si valuteranno minimi correttivi, ma il pass funzionerà. Bisogna stringere i denti per qualche settimana, il contenimento della pandemia sarà l’antidoto a No Pass e No Vax.


Un passaggio, in questo senso, dimostra che il premier reclama fermezza. È il caso dei tamponi ai portuali. Draghi si era limitato a sollecitare una soluzione pragmatica. Con una circolare, il ministero dell’Interno ha invitato le aziende a pagare i test ai lavoratori del settore. Un varco nel muro del Green Pass. Che autorizzerebbe ad esempio gli agenti delle forze dell’ordine che hanno rifiutato il vaccino a chiedere al proprio datore di lavoro, cioè allo Stato, di farsi carico della spesa.


Palazzo Chigi era all’oscuro del contenuto della circolare. Il testo non piace. Consiglia informalmente al Viminale di ritirarlo, o comunque di correggerlo. Ma qualcosa si incaglia. Ne nasce un caso: da una parte gli uffici di Bruno Frattasi, capo di gabinetto della ministra, dall’altra il resto dell’esecutivo. Alla fine la circolare potrebbe essere ritirata. Tutto, però, senza frizioni pubbliche, perché il governo non può permettersi di indebolire in questa fase la titolare dell’Interno.


Sia chiaro, il premier spinge per risolvere eventuali ostacoli pratici. Prendiamo il caso degli autotrasportatori dell’Est Europa che transitano in Italia. Molti hanno ricevuto Sputnik, un vaccino non riconosciuto da Ema e Aifa, quindi inutilizzabile per il Green Pass. È possibile immaginare una deroga? No, è stata la risposta del ministero della Salute di Roberto Speranza. Per loro, però, si studia una soluzione di compromesso: chi guida i tir dovrebbe poter restare a bordo, attendendo lo scarico delle merci, per poi ripartire. Ecco, questa è un’impostazione che l’esecutivo considera ragionevole, perché difende un’esigenza produttiva senza indebolire la filosofia del Green Pass. E senza cedere alle richieste di Salvini.


Draghi e il leader leghista si incontrano nel primo pomeriggio, a Palazzo Chigi. A chiedere un incontro – in realtà per Palazzo Chigi già in agenda da giorni – è il segretario del Carroccio. Sostiene pubblicamente di essere “preoccupato per la situazione del Paese”. Promette di portare a Palazzo Chigi un’istanza, a nome di tutto il centrodestra: “L’emergenza è il lavoro, non il fascismo. Di alcuni ministri non mi fido, ma il manager del governo non può permettere quanto sta accadendo. Serve una pacificazione nazionale”.


Il faccia a faccia dura un’ora. L’appello, nello studio del premier, prende forma così: “Presidente, temiamo il clima di crescente tensione nel Paese”. Si riferisce a quanto accade nelle piazze, ma anche al contenuto del dibattito politico. “Le polemiche sui fascisti – il senso del ragionamento – sono una scusa per alimentare una campagna d’aggressione verso i principali partiti della coalizione”. Questa la tesi, che non sembra tenere in conto la gravità di quanto accaduto nella sede della Cgil, né gli arresti dei leader di Forza Nuova. Salvini, comunque, auspica un abbassamento dei toni: “Da ottenere grazie alla sua autorevolezza”, dice a Draghi.


Draghi ascolta. Non replica all’appello, riferiscono, né promette alcunché. La stessa linea che tiene rispetto alle pretese leghiste di calmierare il prezzo dei tamponi e allungare la validità a 72 ore. I test per le forze dell’ordine, prova almeno a strappare qualcosa il leader, devono essere gratuiti o a bassissimo costo. Anche in questo caso, non fa presa sul premier. Che resta gelido anche quando, a fine colloquio, l’ex ministro dell’Interno ribadisce la necessità di rafforzare la flat tax delle partite Iva – portando la soglia fino a 100 mila euro dagli attuali 65 – di non tornare alla legge Fornero e riformare il reddito di cittadinanza. A Draghi interessa invece quota Cento, che scomparirà. La legge di bilancio è imminente, l’obiettivo è preparare la Lega a digerire la sgradita novità.