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I medici pronti a scendere in piazza contro la manovra: soldi per bollette e covid, non per il personale

Il comparto sanitario teme che la sanità venga ridotta a «malato terminale». Cartabellotta (Gimbe) critica l’aumento degli stanziamenti di soli 2 miliardi: «Una cifra che per almeno 1,4 miliardi verrà però erosa dai maggiori costi determinati dall’aumento dei prezzi delle fonti energetiche».

Fino a ieri erano gli angeli del Covid-19, ma il personale sanitario, a partire dai medici, non vede riconosciute le proprie esigenze e si prepara alla mobilitazione contro Giorgia Meloni: la legge di Bilancio, spiega un comunicato intersindacale, pensa solo alle bollette e alla pandemia.

«Alla sanità del 2023 – si legge – vengono destinate certo più risorse, ma per bollette e vaccini e farmaci anti Covid, non per servizi e personale». Anche la promessa indennità di pronto soccorso, viene rinviata al 2024. «Niente per il Contratto di lavoro 2019-2021, che prevede incrementi pari a un terzo del tasso inflattivo attuale, e nessun finanziamento per quello 2022-2024».

Le condizioni di lavoro dei dirigenti medici, veterinari e sanitari, denunciano le sigle, sono divenute insopportabili, anche a causa di una pandemia non ancora superata, e alimentano uno stato di crisi della sanità pubblica che ha ridotto il Ssn «a malato terminale».

Il comunicato accusa il governo di fare leva sui medici a gettone, «gratificandoli con la flat tax». Finora inoltre non c’è stato nessun incontro con la categoria. Dirigenti medici, veterinari e sanitari, in mancanza di segnali immediati e concreti, si legge «porteranno nelle piazze la loro insoddisfazione e la loro rabbia. Se per guadagnare attenzione e rispetto occorre fare come altre categorie hanno fatto, noi siamo pronti».

Si partirà dallo stato di agitazione e si passerà a iniziative più dure se non ci sarà ascolto. «Tutte le iniziative necessarie per difendere e tutelare la sanità pubblica e il lavoro del suo capitale umano. La sanità pubblica si fermerà ore, giorni, settimane per non fermarsi per sempre».

L’istituto Gimbe

Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, poche ore prima ha lanciato l’allarme. La necessità di rilanciare il Servizio sanitario nazionale «con la fine dell’emergenza è “rientrata nei ranghi”». Il governo, ha detto, finora non ha presentato un piano per la sanità pubblica e, da ultimo, non ha incrementato a sufficienza i finanziamenti già previsti dalla legge di Bilancio precedente. Nello specifico la legge di Bilancio 2023 aumenta di 2 miliardi l’incremento già previsto dalla precedente manovra: «Una cifra che per almeno 1,4 miliardi verrà però erosa dai maggiori costi determinati dall’aumento dei prezzi delle fonti energetiche».

Per Cartabellotta ci sono criticità che compromettono sempre più il diritto costituzionale alla tutela della Salute «determinando rinunce alle cure e inaccettabili diseguaglianze, non solo regionali, nell’accesso alle prestazioni e alle innovazioni».

Dalla grave carenza di personale sanitario, che in alcuni settori è diventata una vera e propria emergenza, alla necessità di rendere accessibili a tutti i cittadini le prestazioni sanitarie dei “nuovi Lea”, ancora ostaggio di un «decreto tariffe» mai pubblicato per carenza di risorse; dall’incapacità di mantenere aggiornate le prestazioni ai progressi della ricerca, all’allungamento delle liste d’attesa che le Regioni non riescono a recuperare.

In tutto questo, il regionalismo differenziato potrebbe diventare un nuovo pericolo.

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