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Giustina Renier Michiel: tradusse per prima in Italia William Shakespeare

“Prima di tutto sono Venezianissima”. Già da queste parole si capisce il carattere di Giustina Renier Michiel, la “dosetta” regina dei salotti veneziani di fine Settecento. Con il suo libro diventa l’origine delle feste veneziane, la memoria storica della Serenissima dopo la sua caduta. Fiera protettrice della Repubblica e delle sue istituzioni contro ogni forma di falsità e calunnia postume, priva di timore nell’esprimere i propri sentimenti e le proprie idee anche di fronte a Napoleone Bonaparte in persona.

Giustina Renier Michiel

Giustina è un personaggio emblematico della Venezia che, sebbene sotto il giogo austriaco, non si vuole arrendere alla dominazione straniera. Appartenente a una delle famiglie apostoliche del patriziato veneziano. E’ una donna seria e di spessore, si distingue sin da giovanissima per l’importante ruolo di rappresentanza politica che le viene affidato dalla Serenissima. I veneziani la vedono spesso affiancare, in veste di dama della Repubblica, il penultimo doge di Venezia Paolo Renier, suo nonno paterno. E successivamente l’ultimo doge Ludovico Manin, suo zio materno.

La caduta della Serenissima

Con la caduta della Serenissima, la “dosetta” è libera dagli impegni di stato e si può dedicare ad una delle sue più grandi passioni, la letteratura e le lingue straniere. Apre un ridotto, prima in corte Contarina a San Moisè, poi in Procuratia di San Marco, trasformandolo in un luogo di incontri internazionali per letterati e artisti. Contribuendo così a formare la sensibilità letteraria e patriottica delle nuove generazioni.

Frequentato da personaggi del calibro di Ugo Foscolo, Antonio Canova, Madame de Staël e Lord Byron, il circolo viene ben presto considerato un “centro di venezianità”. Ed è proprio per questi motivi che si attira le antipatie della polizia austriaca, intollerante dello spirito patriottico dimostrato dai suoi assidui frequentatori.

Riconoscimenti

Coraggiosa e indomita, la regina dei salotti veneziani, oltre ad essere apprezzata per la sua intelligenza e le sue doti letterarie, viene ricordata per la sua sagacità. Ne dà prova nel 1806, durante un incontro con Napoleone Bonaparte quando, non temendo il confronto, ad una domanda dell’imperatore su cosa avesse scritto, risponde di aver tradotto alcune tragedie. “Racine, immagino”, aggiunge allora Napoleone, ma la letterata, dando prova del suo vivacissimo spirito, ribatte con un “No, Shakespeare”, mandandolo su tutte le furie.

È Giustina, infatti, la prima in Italia a cimentarsi nella traduzione di alcune tragedie di William Shakespeare, Otello, Macbeth e Coriolano, apprezzate dallo stesso Ugo Foscolo. Sebbene poco ricordate, queste produzioni sono eccezionali per l’epoca. Prima di tutto perché per la prima volta le opere del Bardo inglese possono essere lette anche dai lettori che conoscono solo l’italiano. In secondo luogo, perché a compiere tale traduzione è, per l’appunto, una donna.

Fiera protettrice della Serenissima, per la quale nutre un amore profondo. Giustina riporta in vita, con la sua opera più famosa, L’origine delle feste veneziane, usi e costumi di un mondo ormai remoto. Per circa vent’anni la scrittrice dedica anima e corpo a questo testo. Questo sfogliando libri e documenti, consultando esperti, correggendo bozze; nel tentativo di restituire ad ogni festa veneziana il suo significato, e di rimarcare la lungimiranza dei veneziani nel conciliare la devozione con le celebrazioni.

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