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Gianni Borta, ottant’anni a colori

In questi ottant’anni Gianni Borta non ha mai smesso di sognare a occhi aperti, esattamente come fanno i bambini. Forse è proprio questo il segreto della sua splendida forma al taglio di un prestigioso traguardo anagrafico. Nato il 5 aprile 1941, il pittore dei colori sgargianti, ha nutrito la sua passione per l’arte fin dalla culla perché proprio nell’arte ha cercato il segreto della vita e il segno di Dio. E in questa ricerca ha realizzato 900 mostre e 180 personali in Italia e all’estero, con ripetute presenze a Milano, Londra, Parigi, New York, Shanghai, fino alla personale a Pechino al Yan Huang Art Museum e la recente esperienza di una personale a San Pietroburgo con la partecipazione alla scenografia dell’inaugurazione del teatro Kamennostrovkly. È un percorso notevole per un artista.

Ripercorriamo la sua vita dall’inizio, dove è nato precisamente?

“Sono nato al primo piano di quella casa rossastra al centro di Chiavris accanto al bar al Tram. Prematuro di 8 mesi, perché mia madre era stata urtata da un mezzo militare, e così sono venuto alla luce con un peso di appena un chilo e mezzo e con le gambe davanti, Ariete invece di Toro, e come incubatrice hanno usato una scatola di scarpe. Per fortuna mia madre era ostetrica ed è proprio nel suo cuore e nella sua missione che ho trovato il seme del mistero e dell’amore per la natura che oggi colora la mia anima e la mia arte”.

Come è nata la sua vena artistica?

“Ho sempre dipinto. Ho iniziato che avevo pochi anni, con la matita bicolore rosso e blu, sul retro degli stampati che mio padre, geometra del Catasto, mi passava. Ersano fogli grigi e sul davanti portavano la dicitura ‘denuncia danni di guerra’. Era il dopoguerra e non c’era nulla. La nostra creatività di bambini veniva fortemente esercitata perché dovevamo inventarci anche i giochi. È stato il calcio a darmi le prime opportunità e ad avermi spinto verso la professione di artista. Erano gli Anni ’50 – avrò avuto dodici anni – adoravo la ricostruzione delle azioni di gioco del disegnatore-giornalista Silva che apparivano nel famoso settimanale ‘Il calcio e il ciclismo illustrato’: non c’era la televisione e gli spedii per posta dei miei disegni. Lui, in viaggio per una trasferta della Nazionale in Austria, si fermò proprio a Udine perché voleva conoscermi, ma quel giorno a quell’ora io ero a scuola. Così, parlò con i miei genitori e prima di ripartire propose a mio padre di prendermi sotto la sua protezione e portarmi a Milano. Mio padre provò una forte emozione ma non se ne fece niente. Forse sarei diventato un professionista nel giornalismo sportivo… continuai a disegnare e anche a scrivere di calcio: le mie ‘striscie’ e vignette trovarono pubblicazione nella ‘zebretta’ il settimanale che seguiva le imprese calcistiche dell’Udinese e nella pagina sportiva del Messaggero Veneto con lo pseudomino di Bogi”.

E invece è diventato un famoso pittore…

“Per distinguermi ed essere originale nell’affollato campo dell’arte volevo diventare il ‘pittore del calcio’ e dipingevo nelle mie tele solo soggetti calcistici. Poi venni a sapere che c’era già un pittore bolognese, Dino Boschi, che dipingeva lo stesso mondo sportivo e, quindi, lasciai perdere sentendo il richiamo del mondo agreste della civiltà contadina, quello autentico con la gente che mi raccontava le sue storie delle preoccupazioni per campare. Un mondo che ho conosciuto e vissuto nelle estati che trascorrevo a Prodolone di San Vito al Tagliamento dove i miei nonni materni gestivano un negozio di ‘coloniali’, oggi scomparso dalla rete del piccolo commercio. Era una commistione di osteria, merceria e spaccio di alimentari fino alla vendita di aghi e bottoni. Un teatro, dunque, dove passava il mondo agreste contadino e ne divenni il suo cantore: le feste della vendemmia, i balli rustici, i contadini nei campi, le ragazze sui prati. Inventai e portai in pittura strani personaggi: ladri di girasoli, benandanti, bracconieri, bevitori di frasca, amanti campagnoli e la serie dei cortili agresti friulani. La trebbiatrice nel centro del cortile tra i fuochi delle magiche notti di San Giovanni. Tutte opere di matrice neorealista con una trama figurativa fortemente definita di colore e di gesto ricca di contenuti pittorici”

E poi?

“L’arte è linfa vitale devi averla in testa e nel sangue. Erano i primi Anni ’60 con frequentazioni occasionali all’Accademia di Venezia dove ho conosciuto Vedova e Santomaso. La mia pittura si basa sulla dinamica dell’esperienza i numerosi premi che conseguivo nei concorsi di pittura prima in regione e poi in tutta Italia mi hanno portato la certezza della mia autentica natura di artista che si è sviluppata, oltre ai premi, alle 4.600 opere a olio realizzate, le oltre mille lastre incise all’acquaforte, agli infiniti disegni, alle numerose opere musive in edifici pubblici con una pratica al mosaico e alla ceramica. Le prime esperienze in Europa e un soggiorno a New York a cavallo degli Anni ’70 e ’80 mi hanno portato ad affrontare un discorso più ambizioso: ho sentito la necessità di evadere da un ambiente provinciale. Con il terremoto anche il Friuli era cambiato, per entrare stabilmente nella cultura europea. Le fiere d’arte Artexpo di New York con soggiorno nel quartiere degli artisti di Soho e l’incontro con Leo Castelli mi hanno fatto recepire in senso culturale, ma sempre in termini di immediatezza, le cadenze dell’espressionismo astratto. Un informale che ho rivisitato nel valore della macchia-colore: un astratto naturalistico di tendenza neo-surrealistica legata alla natura. Fui definito dal critico veneziano Paolo Rizzi un ‘nuovo naturalista’. Dopo le mostre personali nelle principali città italiane sono seguiti meeting artistici e mostre in tutta Europa, Slovenia, Croazia, Francia, Svizzera, Cecoslovacchia, Polonia, Austria, Belgio, Olanda, Germania e oltre oceano Usa, Argentina, Venezuela fino in Cina”.

I mostri sacri dell’arte lo notarono?

“Come nel 1971 quando Gastone Breddo, pittore e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, volle conoscermi dopo aver visto il mio bozzetto vincitore del concorso nazionale per un mosaico previsto – che tutt’oggi fa bella mostra di sé – nel nuovo municipio di Cividale nel quale presiedeva la commissione giudicatrice. Oppure Renato Guttuso nel 1974 che tra tremila giovani partecipanti al concorso per l’ammissione alla X Quadriennale Nazionale di Roma scelse proprio me. Poi seguirono tante altre personalità di grande profilo culturale come Carandente, Pizzinato, Treccani e altri, dovuto al fatto che nel 1976 fui eletto alla segreteria nazionale del sindacato artisti a Roma e per venticinque anni ho difeso gli interessi degli artisti. Purtroppo, la cosiddetta Legge del 2%, l’unica committenza dello Stato a favore degli artisti per opere d’arte per l’abbellimento degli edifici, ahimè è in gran parte disattesa”. Un’altra sua passione sono i viaggi, perché?

“Viaggio per arricchire il senso della vita, con il blocknotes ad acquerello e la Nikon a tracolla per riempire di colori, di voci, di pensieri, pagine ancora vuote. Alla ricerca di una storia, di un nuovo colore e di fiori che rappresentano la nazione del Paese visitato. Ne esce una serie di diari, non concepiti come una guida turistica, ma un percorso fuori dal tempo, visto attraverso gli occhi di una artista, di un pittore che va direttamente al cuore delle cose. in cui scrive, dipinge e fotografa. Una parte di questi diari hanno trovato editore e pubblicazione. Sono i colori dell’India, alla ricerca dell’iris nero, il fiore della Giordania, o della Protea del Sudafrica”.

Lei è stato definito emblema della pittura friulana, ma esiste ancora?

“La pittura friulana ha sempre avuto una sua scuola, pur facendo storicamente parte della grande famiglia veneta e obbedendo alle leggi di Giorgione, Tiziano, Veronese e Tiepolo, essa si distingue per un carattere più fisico, umoroso, con maggiore potenza coloristica. Noi friulani abbiamo avuto la fortuna della venuta a Udine di Vitale da Bologna che, nel basso Medioevo, era il numero due dopo Giotto. È stato definito il primo narratore dal vero del Trecento. Il suo soggiorno in Friuli e la sua abilità pittorica hanno influito e arricchito gli artisti locali anche nelle generazioni successive”.

E nel privato chi è Gianni Borta?

“Vivo due realtà: quella quotidiana di una persona qualunque e quella del sognatore. Ogni tanto l’incrocio di queste due dimensioni genera conflitto”.

Qual è il compito oggi dell’artista?

“Non isolarsi nella sua torre d’avorio ma partecipare alla diffusione del pensiero e della vita culturale del mondo in cui opera. Ho fatto e devo dire che sono diventato un testimone storico di fatti lontani nel tempo negli Anni ’60: partecipavo ai moti per l’Università in Friuli, per sei anni sono stato nel direttivo del Centro Friulano Arti Plastiche, nel 1972 ho fondato il Sindacato Artisti Siaba, nel 1973 ho fondato la galleria La Loggia, nel 1975 ero nelle commissioni preposte per la creazione della Galleria d’arte moderna che a Udine non c’era e per l’acquisizione della collezione Astaldi che oggi fa bella mostra di sé a Casa Cavazzini”.

Cosa si augura per il futuro?

“Continuare a vivere nella magia infantile che mi accompagna da 80 anni. L’artista è colui che riesce e rimanere bambino e a vedere il mondo con i suoi occhi. Da alcuni anni sono docente di corsi liberi di pittura contemporanea all’Accademia Belle Arti Tiepolo e lo dico spesso ai miei allievi: la pittura può essere slancio, gesto e uso della materia per dare energia, ma la base è quella di realizzare una poesia autentica, piccola o grande, purché sia poesia! Solo allora riesplode la pittura con il desiderio di colore, forma e sentimento”.

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