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Dove osano i falchi. La Germania tentata da un ritorno all’austerità

Dopo qualche settimana di latitanza dalla scena europea, preda delle divisioni interne alla coalizione e alle difficoltà in campo energetico legate al conflitto, la Germania, o almeno una parte di essa, ha questa settimana rifatto sentire la propria voce.

Alla vigilia della riunione dei ministri delle finanze del G7, a Bonn, il ministro liberale delle finanze Christian Lindner, considerato un falco, ha concesso un’intervista al Corriere della Sera nella quale, oltre a discutere la risposta europea al persistere della guerra ucraina, chiarisce la sua opinione sui grandi assi di riforma della governance europea.

E il quadro che ne emerge non induce a ben sperare. L’intervista fa emergere una visione del mondo analoga a quella che aveva ispirato Wolfgang Schäuble, predecessore di Lindner negli anni della crisi del debito sovrano; una visione che si sperava fosse stata definitivamente archiviata anche nei paesi detti “frugali”.

Il ritorno della dottrina di Berlino

Se riguardo alla Bce Lindner riconosce che l’inflazione europea è principalmente legata ai costi dell’energia e che una restrizione monetaria non sarebbe risolutiva, sulla politica di bilancio il ritorno all’ortodossia è lampante. Per far fronte alla crisi ucraina e all’onda lunga del Covid che ha lasciato dietro di sé colli di bottiglia e squilibri settoriali, il ministro delle finanze propone la vecchia ricetta di disciplina di bilancio e riforme, che consentano di avere “meno burocrazia e più competitività” e di “tornare ad una finanza pubblica sana”.

Ma è sui grandi cantieri di riforma che l’intervista delinea una posizione tedesca minimalista e conservatrice. Lindner ribadisce di considerare l’esperienza di Next generation Eu unica e irripetibile. Per quel che riguarda la riforma delle regole di bilancio, l’auspicio è che venga reinstaurato il Patto di stabilità quanto prima (molti ritengono che a seguito della guerra la Commissione finirà per prorogare la sospensione a tutto il 2023); e, soprattutto, Lindner invoca una riforma al ribasso, ribadendo la posizione per cui il Patto di stabilità abbia dato prova di flessibilità e dunque non necessiti di essere riformato in profondità (soprattutto, non va ammorbidito).

Infine, ma non da ultimo, Lindner chiude la porta ad ogni ipotesi di gestione comune del debito: «Ci deve essere una connessione stretta tra il debito pubblico, i rischi finanziari e i responsabili politici nazionali. Non vedo vantaggi nel condividere i rischi prima di averli ridotti». Insomma, prese nel loro insieme, le posizioni di Linder delineano una visione del mondo che speravamo sepolta dalla pandemia secondo la quale il compito principale dello stato è quello di garantire stabilità finanziaria e monetaria tramite la disciplina di bilancio. A crescita e convergenza ci pensano i mercati.

Una visione del mondo superata dagli eventi

Christian Lindner / Foto: Federico Gambarini/picture-alliance/dpa/AP Images

Se le tesi esposte nell’intervista dovessero divenire la posizione ufficiale del governo tedesco, si aprirebbero giorni difficili per la moneta unica. La riduzione del rischio, il principio per cui la solidità dell’eurozona sarebbe dipesa dai “compiti a casa” (riforme e austerità) in ogni paese, lasciando a mercati teoricamente efficienti il compito di garantire stabilità e crescita, si è schiantato contro gli scogli della crisi del debito sovrano. Sarebbe utile rammentare al ministro delle finanze tedesco che la gestione della crisi greca ha portato a una seconda recessione europea, nel 2013, mentre il resto dei paesi avanzati si riprendeva dalla crisi finanziaria globale.

Per chiunque non viva nella bolla ordoliberale, le lezioni delle crisi dell’ultimo decennio dovrebbero essere evidenti: in primo luogo, i mercati non sono in grado di impedire crisi e divergenze; anzi, ne sono spesso la causa, come nel 2008 e poi in Europa a partire dal 2010. Secondo, come dimostra Next Generation Eu, la risposta comune, agli shock economici come alle sfide strutturali che ci attendono, è più efficiente del procedere dei paesi in ordine sparso; di più: se propriamente inquadrata, la solidarietà può essere un cardine di questa risposta comune.

Più equilibrio tra stato e mercato

Questi insegnamenti hanno ispirato le molte proposte di riforma in discussione oggi, di cui abbiamo anche trattato su queste pagine; proposte che hanno in comune la ricerca di un punto di equilibrio tra il ruolo dello Stato e il ruolo dei mercati meno squilibrato a favore dei secondi. Solo per citarne alcune, in primo luogo, una riscrittura delle regole di bilancio che consenta di recuperare dei margini di manovra per le politiche pubbliche, in particolare per l’investimento e la politica industriale troppo a lungo penalizzati in passato.

Poi, la creazione di una capacità di bilancio centrale, una capacità di spesa in beni pubblici di dimensione europea (dalla transizione ecologica, ai trasporti, alle politiche per la salute). In breve un Next Generation permanente, che consolidi l’idea che si possa agire in comune garantendo tramite le condizionalità che ogni paese rimanga responsabile delle proprie azioni di fronte ai partner e ai propri elettori. 

Ancora, gli sforzi di armonizzare i sistemi fiscali e limitare l’elusione, nella crescente consapevolezza che la corsa alla concorrenza fiscale per attirare le grandi multinazionali abbia come solo effetto il soffocamento dello Stato sociale, senza alcun impatto produttivo su crescita e produttività.

Infine, affrontare l’eredità del debito insieme, per sottrarre i singoli stati alla pressione dei mercati, e liberare la Bce dall’obbligo di proteggere i governi tramite gli acquisti di titoli. Sono proprio questi gli obiettivi dietro alla proposta di un’Agenzia europea del debito. Contrariamente a quanto sembrano pensare Lindner e i suoi mal informati consiglieri, questa può essere concepita da un lato senza introdurre mutualizzazione; dall’altro, proteggendo i governi dalle pressioni di mercato senza per questo dar loro l’incentivo di essere indisciplinati.

Di tutto questo, di questi tentativi di adattare le nostre istituzioni ad un mondo sempre più instabile garantendo allo stesso tempo disciplina e responsabilità dei diversi attori, non c’è traccia nelle parole di Lindner. Peggio, le vecchie ricette vengono riproposte come se non avessero portato la moneta unica al bordo del collasso lasciando in bocca l’amara sensazione che il decennio perduto dell’euro sia passato invano. C’è solo da sperare che il cancelliere Olaf Scholz e i verdi riescano ad imporre all’interno del governo una visione meno arcaica del mondo. In caso contrario, si preparano tempi bui per l’Europa.

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