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Di Maio sfida i sindaci ad aderire al suo partito nel nome di Sala

La provocazione di Luigi Di Maio sta tutta nel nome del suo nuovo partito: Impegno civico. Il ministro degli Esteri ha anticipato ieri come si chiamerà l’«evoluzione» di Insieme per il futuro (Ipf) che presenterà oggi alle Officine Farneto, a due passi dalla Farnesina.

Quel marchio in realtà doveva essere il nome della lista guidata dal sindaco di Milano Beppe Sala, se le cose fossero andate secondo i piani e la legislatura si fosse conclusa a scadenza naturale. In quel partito si sarebbero dovuti raccogliere, oltre ai dimaiani, anche i sindaci guidati da Federico Pizzarotti e Piercamillo Falasca. Obiettivo: creare un progetto di centro ecologista e a trazione civica nell’universo del centrosinistra.

Ora però il tempo stringe e Di Maio deve iniziare la campagna elettorale. Dopo la presentazione del nuovo partito di oggi, la palla passa ai sindaci di L’Italia c’è. Dovevano essere i partner designati nel progetto originario, ma negli ultimi giorni, complice il precipitare della situazione, si sono scoperti meno convinti di quanto pensassero.

Sala, in cui avevano già visto il loro leader, si è tirato indietro, offrendo la sua assistenza alle due formazioni ma senza correre in prima persona. Adesso tocca ai primi cittadini scegliere la loro strada. Possono decidere di unirsi a Di Maio e ricostruire il progetto comune o correre in autonomia. Nel dubbio sabato si sono assicurati la certezza di non dover raccogliere le 60mila firme necessarie per presentare la propria lista. La soluzione ha la forma del simbolo di Italia viva. Matteo Renzi, a sua volta, l’aveva ottenuto dal Psi tramite il senatore Riccardo Nencini.

L’ex premier ora l’ha concesso anche ai sindaci, e i gruppi parlamentari Iv cambieranno nome in Italia viva-L’Italia c’è. Quest’assicurazione sulla vita permette ai sindaci di fare a meno di Di Maio, che invece dispone del simbolo del Centro democratico di Bruno Tabacci.

I benefici dell’accordo

Resta il fatto che finora a spingere per un’unione tra Ipf e L’Italia c’è è stato soprattutto il ministro degli Esteri, mentre i sindaci sono rimasti più freddi all’idea, soprattutto dopo il passo di lato di Sala. I contatti diretti tra le due formazioni sono stati appena 2-3 nell’ultimo mese.

Nettamente di più invece gli incontri mediati dal Pd. Il primo a beneficiare di un’unione tra le due formazioni sarebbe infatti il segretario dem Enrico Letta, che spera di vedere nascere da due iniziative minori un partito piccolo, ma che possa almeno aspirare a superare la soglia del 3 per cento e non disperdere voti. Anche perché in cambio Impegno civico, che sia con i sindaci o meno, chiede collegi.

Al 25 settembre mancano appena 55 giorni e il Pd deve chiudere il prima possibile il cantiere delle alleanze. Oltre agli eventuali apparentamenti con le formazioni più strutturate, i dem sono consapevoli di dover trovare posto nelle proprie liste per tutte le iniziative che si stanno organizzando intorno al centrosinistra, che siano i dimaiani, i sindaci o ancora i fuoriusciti dal Movimento 5 stelle dell’ultima ora riuniti intorno a Davide Crippa e Federico D’Incà.

Le trattative sono ancora aperte. Tutte le formazioni sono consapevoli del fatto che i posti che il Partito democratico è disposto a concedere sottraendoli dalla propria disponibilità sono pochissimi, forse non più di un paio a partito, ma la speranza è l’ultima a morire.

A rendere tutto ancora più difficile è stata l’indiscrezione giornalistica che vedeva Di Maio già candidato nel collegio blindato di Modena: un nome difficile da digerire per gli elettori emiliani che appena tre anni fa avevano ascoltato l’allora capo politico del Movimento accusare il Pd di essere il «partito di Bibbiano».

Il ministro degli Esteri ha smentito la sua candidatura, ma sarà difficile trovare posto per lui e qualche suo fedelissimo nelle regioni rosse. Più probabile che possano essere collocati nei territori che Di Maio ha battuto con costanza negli ultimi anni. Per esempio in Campania, dove rivaleggia da sempre con Roberto Fico, ma dove ha intessuto rapporti solidi con il presidente di regione del Pd, Vincenzo De Luca.

Lo stallo al centro

Per chiudere i conti manca però ancora un tassello importante al centro. Carlo Calenda ha promesso di decidere entro oggi se allearsi col Pd oppure no, ma ha passato la domenica tartassato dalle pressanti richieste di Italia viva di ragionare insieme su un nuovo polo di centro.

Con l’hashtag #cosaaspettiamo i renziani si sono rivolti all’ex ministro cogliendo al balzo la proposta di Letta sull’introduzione di una tassa di successione necessaria per finanziare una dote per i neodiciottenni, un’iniziativa non proprio nelle corde di Azione.

«Possiamo almeno morire gratis?», ha chiesto Renzi ospite a Mezz’ora in più. Servono a poco le parole del segretario dem che conferma che non c’è veto al nome del leader di Iv, le probabilità di un accordo sembrano ormai sfumare. Se poi non si dovesse fare la cosa di centro con Calenda, promette l’ex premier, è pronto ad andare per conto suo: «Io non sto con Salvini e Meloni né con Fratoianni e Di Maio. Se gli schieramenti sono questi noi andremo da soli».

Calenda, nel frattempo, non si è voluto esporre, ma ha sfruttato la tensione sempre più alta per alzare la posta col Pd. In mattinata ha commentato ironico la presunta trattativa tra il Pd e Fico su Twitter: «Wow». Il presidente della Camera è alla fine dei suoi due mandati quindi non ricandidabile nel Movimento. Più tardi ha preso di mira il ministro degli Esteri e ha chiesto al Pd di «non chiedere agli elettori di Azione di votare Di Maio». Letta ha molti tavoli su cui giocare. Tutti aspettano una sua mossa.

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