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“Delitto alla Farnesina”, un giallo che aiuta a riflettere su libertà e politica

Una piovosa mattinata di aprile a Bruxelles il mio telefono suona ed il gradito messaggio whatsapp di un amico mi avverte che, insieme al numero di Panorama, quel giorno in Italia avrebbe fatto il suo esordio narrativo Daniele Capezzone con un giallo umoristico: “Delitto alla Farnesina”.

Il titolo promette bene, penso, ma, sommerso dai dossier, incarico qualcuno di prenderlo per “parcheggiarlo” fino all’estate, curioso di testare ancora una volta la versatilità dell’ottima penna dell’autore.

Mai scelta fu più indovinata, perché questo avvincente giallo da poco meno di 200 pagine, che si legge d’un fiato, non si auto-confina a divertissement e British humour tipici dell’autore, ma mette in scena una lucida e caustica rappresentazione della “politique politicienne” e di un mondo delle idee sempre più asfittico e soffocato dagli strumenti della comunicazione che lo veicolano (si veda Likecrazia).

Il liberale classico Michele Morabito, protagonista dell’intreccio, guida il lettore fra personaggi dei salotti romani che sembrano il risultato di una mescolanza tra una commedia di Balzac e una pellicola di Sorrentino, in un frizzante succedersi di vecchi arnesi della politica, sedicenti intellettuali euro-lirici e wannabe catapultati dalle aule degli istituti superiori del paesello agli uffici dei palazzi del potere in virtù di un passato da “compagni di merenda” del ministro in carica.

I dialoghi sono il vero valore aggiunto del libro, lo strumento utilizzato da Capezzone per trasformare un giallo estivo in un’occasione per riflettere sulla contemporaneità, con interessanti spunti di filosofia politica.

Il dualismo si dipana tipicamente tra burocrati dirigisti appartenenti ad una cultura di sinistra statalista, bramosi di regolamentare tutto normando ogni aspetto dell’esistenza umana e Michele Morabito, libertario romantico desideroso di una legge in meno e non in più, di una libertà e non di un diritto concesso e codificato dallo stato.

Un guerriero disilluso, consapevole della scarsa possibilità di recuperare un approccio generale più laico alla politica, resosi conto per tempo della facilità con la quale talune leggi promosse nei codici come strumento di avanzamento delle libertà personali si rivelino in seguito trappole, interferenze dello stato e della legge nella vita dei cittadini.

E alla ricetta “più Stato e più partito”, alla base della presunzione di superiorità morale e intellettuale dei vari progressisti di cui fa conoscenza, Morabito oppone argomenti solidi e risposte mordaci, ricordando al lettore che “life is larger than politics” e che, in fondo, “they run governs, not our lives”.

Così, tra una citazione di Adler, allievo eterodosso e dissidente di Freud, ed una elucubrazione nel campo della filosofia del diritto, facendo perno su una magi-star apparentemente più impegnata a rilasciare “punti stampa” che a far luce sul giallo dell’omicidio consumatosi alla Farnesina, Capezzone non perde l’occasione per rimarcare una differenza fondamentale in campo giuridico tra destra e sinistra: ai progressisti non piace il pensiero che vede la Costituzione come una barriera all’espansione del governo, nonostante un governo costituzionale che definisca i propri poteri sia una contraddizione in termini.

La prosa si mantiene accattivante fino al finale e alla rivelazione dell’assassino (che, piccolo spoiler, non è il maggiordomo).

In conclusione, l’opera è seducente, realista al punto da avere l’impressione in alcuni passaggi di maneggiare un romanzo di Maupassant (un altro che descriveva alla perfezione gli intrighi tra i primi tre poteri ed il quarto), disseminata di piccoli suggerimenti destinati ai tanti giovani che approcciano con passione un mondo, quello della politica – o della turbopolitica -, che sa alternare fascino e spietatezza, servizio al prossimo e productivity-killing, mettendo in scena tutta la complessità della recita umana.

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