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Dal voto dei narcos ai killer in hotel: l’amico di Salvini in Calabria

A creare imbarazzo nel partito di Matteo Salvini non è solo l’intercettazione ambientale, pubblicata da Domani, in cui un presunto narcotrafficante rivela di aver votato alle politiche del 2018 per la Lega in Calabria, in particolare per il deputato Domenico Furgiuele, ora nominato da Matteo Salvini responsabile della campagna elettorale nella regione.

C’è una lunga lista di episodi che fanno ritenere a molti all’interno della Lega, soprattutto area federalista-nordista, che sia stato un errore di Salvini dare l’incarico a Furgiuele di curatore della campagna elettorale in Calabria e di regista delle liste sul territorio.

Le valutazioni dei leghisti che criticano il leader per questa scelta si fondano su fatti ormai noti, svelati da inchieste giornalistiche e da indagini giudiziarie.

Il suocero e l’antimafia

Di certo la figura del leghista Furgiuele, che si definisce sul suo profilo Facebook, “padre fondatore” della Lega Calabria non è la prima volta che finisce al centro di frequentazioni sospette. Il suocero, l’imprenditore Salvatore Mazzei, ha finito di scontare una condanna per estorsione aggravata dal metodo mafioso e i suoi beni sono stati confiscati su richiesta dell’antimafia, il procedimento scaturito dai ricorsi di Mazzei non è ancora giunto a sentenza definitiva.

La confisca, del valore complessivo di 200 milioni, ha riguardato anche la moglie di Furgiuele, in quanto figlia dell’imprenditore e ritenuta una delle intestatarie dei beni del padre. A giugno la Cassazione ha rigettato la richiesta del suocero del deputato leghista che chiedeva lo spostamento del processo sulla confisca in altro distretto diverso da Catanzaro.

Il motivo del contendere è che alla Corte d’appello, che dovrà decidere sui beni di Mazzei e della consorte del parlamentare, lavorava Marco Petrini, giudice corrotto al centro del sistema di mazzette e favori svelato dalla procura di Salerno.

Petrini ha raccontato ai pm salernitani che tra gli imprenditori che hanno pagato per sentenze favorevoli c’era anche il suocero del politico della Lega, mai però indagato nell’inchiesta sulle toghe sporche. Per questo i legali di Mazzei hanno tentato di spostare il procedimento in altra sede così da evitare pregiudizi di sorte nei giudici che dovranno valutare se annullare la confisca o confermarla.

I killer nell’albergo

Furgiuele ha sempre sostenuto che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. E l’unica sua colpa è essersi innamorato di sua moglie. A settembre scorso, il deputato contattato da Domani per una replica sulle vicende che hanno interessato lui e la sua famiglia aveva risposto: «Non c’è nessuna replica da fare…fate come volete, controllate bene però, e attenti alle querele». Su Furgiuele non pesa solo la vicenda del suocero che ha finito di scontare una condanna per estorsione aggravata dal metodo mafioso e con i beni confiscati (provvedimento che riguarda anche la moglie del leghista e non ancora definitivo).

C’è un altro fatto da cui, comunque, è uscito senza conseguenze: nel 2012 nell’hotel di proprietà della famiglia Mazzei hanno trovato rifugio due killer della ‘ndrangheta dopo aver commesso un eclatante omicidio sulla spiaggia di Vibo Marina.

Un’esecuzione mafiosa in pieno giorno, con i bagnanti terrorizzati. I due sicari dopo la fuga hanno trovato ospitalità all’Aerhotel Phelipe. La camera, scopriranno gli investigatori interrogando anche un dipendente, era stata offerta da Furgiuele.

Il futuro parlamentare sentito come testimone si era difeso sostenendo di aver fatto un favore a una terza persona di cui si era fidato. In pratica si era fidato e mai poteva immaginare di trovarsi dei macellai delle cosche ospite dell’albergo che era di proprietà peraltro del suocero di Furgiuele, l’imprenditore con una condanna per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

L’indagine di Reggio

Il leghista calabrese ha però anche i suoi guai giudiziari personali. Il 13 settembre si terrà l’udienza preliminare di un’indagine in cui è coinvolto direttamente. Si tratta di un’inchiesta, condotta dalla guardia di finanza di Reggio Calabria coordinata dalla procura reggina guidata da Giovanni Bombardieri, che ha svelato un sistema di appalti pilotati per favorire le potenti cosche di Gioia Tauro.

Un cartello di aziende che si spartivano commesse e lavori. Furgiuele è accusato dai magistrati di turbativa d’asta in concorso con altri, senza l’aggravante mafiosa. La procura ha chiesto il processo, saranno i giudici dell’udienza preliminare che ha subito vari stop causa Covid-19, a decidere sul destino dell’uomo di Salvini in Calabria.

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