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Corsa alla stufa, ma il pellet non basta

Due mesi di attesa per poter ricevere una stufa nuova, ma il peggio deve arrivare. E l’accaparramento di pellet in previsione della stagione fredda è inutile, non solo perché i prezzi sono già alle stelle, ma anche perché scarseggiano le forniture.

Mentre la cronaca quotidiana si concentra sul caldo eccezionale, si avverte già il ticchettio di una bomba a orologeria destinata a esplodere appena le temperature si abbasseranno. Sono moltissime le famiglie friulane che scaldano la propria abitazione con caminetti a legna o stufe a pellet e molte altre, per paura del razionamento del gas metano che potrebbe scattare il prossimo inverno, stanno pensando all’acquisto.

Così la domanda di impianti domestici e di combustibile a biomassa è esplosa e ha messo in difficoltà il sistema produttivo locale. Lo conferma Marco Palazzetti, amministratore dell’omonima impresa di Pordenone, assieme alla sorella Chiara e ai genitori Ruben e Lucilla. Azienda che è anche impegnata nelle associazioni nazionale e internazionale dei produttori di macchine per riscaldamento a biomasse.

Cosa sta succedendo? “Il timore per un eccessivo aumento di costi per il riscaldamento a causa del conflitto in Ucraina ha dato il via a una corsa alle fonti alternative al gas, come appunto le stufe a legna e a pellet. Corsa che, però, sta generando un eccesso di richiesta per il sistema industriale che, oggi, non riesce a evadere, nonostante l’Italia sia leader in Europa producendo il 65-70% degli impianti venduti nel continente”.

Quanto è cresciuta la domanda di stufe? “Nei primi cinque mesi dell’anno del 30 per cento. Attualmente per avere una stufa bisogna attendere circa due mesi. E la domanda è destinata ad aumentare, visto che sono prodotti molto stagionalizzati: la metà delle vendite si realizza negli ultimi quattro mesi dell’anno”.

Le fabbriche sono in sofferenza? “Sì e non solo per l’esplosione della domanda. Anche noi, infatti, soffriamo per la mancanza di manodopera, per l’aumento dei costi delle materie prime e per i rincari delle energie. Inoltre, pesano sia le assenze per positività al Covid, sia il caldo eccessivo di queste settimane che rende faticosa l’attività quotidiana”.

Il problema, però, non si ferma alle macchine. Con che cosa le alimenteremo il prossimo inverno? “In questo caso il problema è strutturale. Se l’Italia è un grosso produttore di stufe, per i pellet, invece, dipende moltissimo dalle importazioni dall’estero. Su un consumo annuo di 3 milioni di tonnellate, ne produciamo meno di 700mila. Il problema di quest’anno è che il 20% del pellet consumato in Italia arrivava da Russia, Bielorussia e Ucraina, fonti che, come è ben immaginabile, per la guerra e per l’embargo non sono più disponibili. Inoltre, altri Paesi europei da cui acquistiamo pellet, come Francia e Germania, hanno stoppato le esportazioni per garantirsi scorte sufficienti al proprio mercato interno”.

Che prezzo ha raggiunto oggi il pellet? “Il prezzo si aggira tra 8 e 16 euro al sacco da quindici chilogrammi”.

Cosa suggerisce di fare, quindi? “È importante non farsi prendere dal panico. Più in generale, la parola chiave per riscaldare la propria casa deve essere ‘diversificare’. La decisione di integrare il sistema di riscaldamento della propria casa va ponderata scegliendo la soluzione adatta e ricordando che qualunque beneficio lo ritroveremo anche negli anni a venire. Fare una scelta affrettata e dettata dalla contingenza potrebbe portare a scegliere un prodotto non adatto. Si può decidere d’integrare più sistemi di riscaldamento valutando le proprie esigenze e le caratteristiche dell’abitazione. I generatori a biomassa hanno il vantaggio di essere perfettamente integrabili ad altri sistemi di riscaldamento come le caldaie a gas o le pompe di calore: in questo settore esistono soluzioni diverse per ogni esigenza”.

Come ci scalderemo il prossimo inverno? È questa la domanda che serpeggia nelle nostre case, perché le incognite che pesano sui nostri sistemi di riscaldamento sono davvero molte. Tra le possibilità, oltre a quella di sostituire il gas russo con forniture da altri Paesi, come conferma l’accordo recentemente siglato tra Italia e Algeria, in molti pensano “come una volta”, cioè con la legna o con la sua forma più moderna, il pellet.

“La domanda di legna da ardere è certamente in aumento, come anche il suo prezzo”, commenta Carlo Piemonte, presidente di Legno Servizi Foresty Cluster Fvg. “Oltre alla guerra in Ucraina, a far lievitare i prezzi sono anche i blocchi alle esportazioni messi in atto da Serbia, Bosnia e Ungheria. Attualmente nella nostra regione in un anno si producono tra i 250 e i 300.000 metri cubi di legna, dei quali quella da ardere è la parte residuale della filiera. In altre parole, la legna tagliata viene usata prima per l’edilizia e per altre industrie, come quella cartaria e dell’imballaggio, e solo ciò che resta viene dedicato a stufe e caminetti. Per fare un confronto, la vicina Slovenia produce 6 milioni di metri cubi in un anno”.

“In Fvg si potrebbe arrivare tranquillamente al mezzo milione di metri cubi, ma cambiando alcune cose. Per fronteggiare la domanda e i rincari si deve puntare alla valorizzazione del bosco, che non deve essere abbandonato. In Friuli Venezia Giulia la maggior parte delle zone boschive (il 60% circa) è proprietà di privati, mentre esistono molti ostacoli e rallentamenti burocratici per l’utilizzo delle aree pubbliche”.

“E’ per questo che ancora non viene sfruttato tutto il potenziale del territorio. Io credo che con una gestione più attiva delle zone boschive sia la direzione giusta, perché esistono già molte imprese strutturate e moderne che possono aumentare la produzione del legno e pure gli addetti del settore non mancano”.

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