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Antonov, perché è stato distrutto? Volerà di nuovo? Prima vittima la certezza

27.05.2022 – 12.03 – Di tanto in tanto, se ne riparla, come se rassegnarsi alla perdita sia troppo difficile. L’Antonov 225, meraviglia dell’ingegneria, è stato distrutto nei primi giorni della guerra fra Russia e Ucraina; perché, e da chi? L’aereo da trasporto più grande mai esistito, capace di trasportare uno Space Shuttle sopra le sue ali (unico nel mondo ad avere una simile capacità di trasporto esterno), pur essendo fuori dal tempo e non avendo, oggi, alcun impiego pratico, è stato un simbolo per l’Ucraina di prima e di adesso; pensando a questo, è facile comprendere appieno le accuse di responsabilità totale – morale e materiale – mosse a Mosca, e le dichiarazioni del governo di Kiev in merito alla volontà di ricostruirlo tale e quale a com’era prima. Fioccano le donazioni attraverso Internet e le manifestazioni di supporto e buona volontà nei confronti di questa manifestata intenzione; purtroppo, però, quel denaro rischia di finire utilizzato per chissà che altro, e la ricostruzione del gigante non sarà possibile: il progetto dell’Antonov 225 era unico. Ne esiste un secondo esemplare, la costruzione del quale è iniziata ed è stata sospesa molte volte: è probabilmente al settanta per cento di realizzazione, ma è diverso nella concezione, nella componentistica (cosa che rende difficile riutilizzare ciò che si è salvato dell’aereo distrutto) e nell’implementazione di alcuni sistemi. Molti dei sistemi dell’Antonov 225 peraltro non sono più in produzione ed erano di fabbricazione russa, ed è difficile pensare che Mosca possa fornirli a Kiev; andrebbero sostituiti con altri, per un costo ipotetico di completamento di almeno 250 milioni di euro.

Chi ha distrutto l’Antonov 225, e perché, non avendo valore strategico nel conflitto fra i due paesi, è stato colpito? Non lo si saprà probabilmente mai con certezza. La sua presenza nell’hangar dell’aeroporto Antonov di Hostomel nei primissimi giorni del conflitto è di per sé stessa un mistero, avvolto in quella ‘maskirovka’ che unisce Russia e Ucraina. La storia degli ultimi giorni di ‘Mriya’, o ‘sogno’ in ucraino (così era stato soprannominato l’aereo), è controversa. L’aeroporto di Hostomel, conosciuto anche come ‘aeroporto Antonov’ proprio perché la società di progettazione e costruzione aeronautica lo utilizza come base, è stato uno dei primi bersagli dell’invasione russa, e questa è una certezza; lo sono anche il fatto che delle incursioni russe i dirigenti dell’aeroporto fossero stati informati preventivamente dalla NATO (essendo molto vicino alla capitale Kiev, avrebbe potuto essere utilizzato come testa di ponte da Mosca per raggiungere subito il centro nevralgico del paese). La resistenza ucraina su Hostomel è stata decisa, e i combattimenti attorno all’aeroporto furiosi: i russi non hanno conquistato né la pista né le infrastrutture. Altri aerei Antonov sono stati seriamente danneggiati, e l’Antonov 225, lasciato là dov’era, nel suo hangar aperto, è stato quasi completamente distrutto. Da che cosa, esattamente, non si sa; si sa però che all’inizio della battaglia le forze russe hanno sparato razzi da elicotteri d’assalto, ed è possibile che uno di questi possa aver centrato l’hangar, incendiando il muso dell’Antonov. L’aereo, colpito anche da artiglieria leggera, è bruciato senza che l’esplosione del razzo o dei colpi di mitragliatrice abbiano raggiunto i vicinissimi serbatoi di carburante, che hanno continuato, lo si vede in un video fatto circolare da Dmitry Antonov (capo pilota della società) su YouTube, a gocciolare propellente. I motori di sinistra dell’Antonov 225, completamente distrutto nella sua parte frontale, si sono salvati (quelli di destra sono rimasti anch’essi gravemente danneggiati): ironicamente, una delle ali del gigante ha schiacciato un piccolo aereo da turismo, anch’esso parcheggiato nell’hangar.

La società Antonov, prima dell’invasione, aveva spostato numerosi altri aerei dall’Ucraina a Leipzig, in Germania, dove ha una sede: cinque Antonov 124 di grandi dimensioni e diversi altri cargo di dimensioni inferiori. A Hostomel erano rimasti un Antonov 124 sottoposto a importanti interventi di manutenzione, e proprio il 225, l’aereo più grande del mondo. La società ha motivato la presenza del Mriya a Hostomel con un intervento di manutenzione su uno dei motori, concluso proprio il giorno prima dell’invasione, e con carburante insufficiente; questa spiegazione non è stata però accettata dal capo pilota Dmitry, che l’ha contestata pubblicamente già diverse settimane fa e continua la sua battaglia. Secondo Dmitry, il carburante era sufficiente, il motore era stato già reinstallato diversi giorni prima dell’attacco e dalla NATO, attraverso Antonov Logistics in Germania, era arrivato un appello a spostare tutti gli aerei, compreso il 225, il prima possibile. I membri del management della società Antonov, quindi, non avrebbe fatto nulla, secondo il capo pilota, per salvare il Mriya, ma anzi si sarebbero loro stessi messi in salvo in Germania senza curarsi troppo della sorte del gigante. Dmitry Antonov ha ventilato l’ipotesi che qualcuno dei dirigenti potesse avere connessioni con la Russia; la società Antonov ha naturalmente contrattaccato e rigettato le accuse, e qualcun altro ha risposto accusando l’Ucraina di aver sacrificato l’aereo gigante all’altare della propaganda, e rieccoci in piena disputa. Uniche certezze sulla polemica ancora in corso il fatto che la società Antonov non abbia negato di esser stata informata in tempo dalla NATO del rischio, e che alcuni dirigenti siano stati effettivamente rimossi dalle loro posizioni proprio per “potenziali rapporti con la Russia”.

La nebbia sulle circostanze esatte della distruzione dell’aereo più grande del mondo resta; rimane anche la speranza di veder di nuovo volare in cielo il suo gemello, confermato come ancora non danneggiato dalle ostilità, che peraltro aveva già attratto (senza arrivare a una vera e propria proposta d’acquisto) l’attenzione di più di una società aeronautica nel mondo e di una nazione. La più interessata di tutte a comprarlo? La Cina. Che non vuole solo l’aereo, ma anche la proprietà intellettuale del progetto. Se ne riparlerà però più avanti.

[r.s.]

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