anche-se-quest’anno-e-piu-grande,-il-buco-nell’ozono-si-sta-riducendo

Anche se quest’anno è più grande, il buco nell’ozono si sta riducendo

Nelle ultime settimane il buco dell’ozono ha raggiunto la sua massima estensione per quest’anno, la quale risulta essere di dimensioni relativamente grandi per il terzo anno consecutivo. Pur essendo più grande di tutto il Nord America, stando agli esperti tuttavia, la sua tendenza è quella di una costante riduzione.

Le ragioni dei picchi

I picchi di maggiori dimensioni, come quelli degli ultimi anni, sono legati a condizioni di freddo intenso in alta quota, dove tra 12 e 20 chilometri dalla superficie del mare la situazione favorisce la strada alla distruzione dell’ozono da parte del cloro. Stando alla Nasa, la dimensione massima raggiunta è stata di 26,4 milioni di chilometri quadrati, che risulta essere la più grande dal 2015 ad oggi (il record fu segnato nel 2000 quando ebbe un’estensione di 28,3 milioni di chiloemtri quadrati). Spiega Paul Newman del Goddard Space Flight center della Nasa, che segue l’andamento dell’ozono: «Nonostante la situazione attuale, la tendenza generale è quella di un costante miglioramento. Siamo quasi tutti d’accordo nel sostenere che l’ozono è in via di guarigione».

Stando a Susan Solomon del Mit, tra le maggiori esperte di ozono al mondo, per capire il reale andamento del buco dell’ozono non basta guardare le sue dimensioni, ma anche lo spessore della diminuzione del buco, la quantità di ozono che rimane nel buco stesso e la capacità di richiusura anno dopo anno. Il fatto che in alta quota faccia a volte più freddo della media è legato al riscaldamento globale in quanto il calore che proviene dalla superficie terrestre viene trattenuto nell’atmosfera più bassa causando un raffreddamento anomalo nelle parti più alte dell’atmosfera stessa.

Si capisce dunque, come il riscaldamento globale possa rallentare la strada intrapresa per far chiudere il buco nell’ozono. Martyn Chipperfield dell’università di Ledds legge quel che sta avvenendo con una maggiore preoccupazione: «Il cambiamento climatico in atto e gli sforzi per ridurre il buco dell’ozono si intrecciano tra loro e non è facile comprendere come si evolverà il sistema», ha spiegato.

Negli anni Settanta i chimici dell’atmosfera avevano capito che il cloro e il cromo stavano aumentando nell’atmosfera e ciò stava portando danni importanti alle colture e un aumento dei tumori della pelle a chi abitava nelle aree abitate più vicine all’Antartide.

Nel 1987 il mondo sottoscrisse un trattato storico, il Protocollo di Montreal che vietava l’uso di sostanze chimiche che, producendo cloro, distruggevano l’ozono. La soluzione ha mostrato immediatamente benefici risultati, ma le sostanze distruttrici dell’ozono, in particolare i CFC11 (clorofluorocarburi), possono rimanere nell’atmosfera per decenni e purtroppo sembra che negli ultimi anni la Cina abbia ancora riversato in atmosfera grandi quantità di tali sostanze, rallentando la chiusura del buco.

In ogni caso da quando si è applicato il Protocollo di Montreal i livelli di cloro sono scesi del 30 per cento. «Se le temperature attuali avessero incontrato le quantità di cloro che vi erano 20 anni fa, il buco dell’ozono sarebbe stato molto, ma molto più grande di oggi», ha spiegato Newman. Come dire: la strada imboccata è quella giusta, basta che non si torni indietro però o che si creino paletti che rallentino l’obiettivo finale.

Senza latte e birra per la siccità

I dati di questi ultimi anni dicono che l’Europa non è mai stata così arida da decenni a questa parte e la situazione è davvero seria se si considera che la siccità ha conseguenze dirette sulle nostre vite, in quanto minaccia i prodotti alimentari di base, come il latte ad esempio, ma anche prodotti di minore importanza alimentare, ma comunque di elevato interesse economico, come la birra.

Basti ricordare infatti, che una mucca ha bisogno complessivamente di circa 100 litri di acqua al giorno per produrre il proprio latte e questo spiega perché molti sono stati gli allevamenti che hanno dovuto chiudere negli ultimi anni. Già quest’anno alcuni paese europei, come la Spagna, hanno dovuto importare latte da altri paesi, ma poiché l’intera Europa è minacciata dalle siccità non è escluso che in futuro si debba chiedere latte alla Cina o agli Stati Uniti.

Dall’altra parte del mondo anche l’Argentina e il Brasile hanno dovuto importare latte, loro che sono tra i paesi che allevano maggiori quantità di bestiame.

La birra fornisce un’altra sorprendente immagine dell’impatto della siccità. In Messico, ad esempio, il presidente Andrés Manuel Lòpez Obrador è giunto molto vicino alla blocco totale della produzione di birra negli stati del nord, colpiti da una grave siccità. E quel che è paradossale è il fatto che alcune aree del paese dove quest’anno la pioggia è stata quasi un miraggio, nel 2021 hanno visto fortissime inondazioni. E anche se è difficile da capire, in ogni caso siccità, e piogge torrenziali sono spesso facce della medesima medaglia: i veloci cambiamenti climatici in atto.

Anche in Europa la situazione trova le medesime radici: l’effetto devastante delle piogge e delle inondazioni del luglio 2021 è stato amplificato dall’alterazione umana dei bacini fluviali, dalla loro artificializzazione e dalla perdita di vegetazione naturale e suolo. Un anno dopo, molte di queste aree inondate d’Europa hanno subito la più intensa siccità dal Medioevo ad oggi.

Ma cosa ha causato la recente siccità? Il motivo è da ricercare nell’Anticiclone delle Azzorre, il quale, insieme all’area di bassa pressione presente sull’Islanda, hanno determinato l’andamento delle piogge e del vento nell’Atlantico settentrionale. Ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institution hanno scoperto che dall’era industriale l’estensione dell’anticiclone è aumentata in linea con il cambiamento climatico indotto dall’uomo.

Le alte pressioni infatti, sono significativamente più comuni nell’era industriale (dal 1850) che in epoca preindustriale, determinando condizioni anormalmente asciutte sul Mediterraneo occidentale, compresa la penisola iberica.

La nascita di un buco nero

Stocktrek Images

All’inizio del mese di ottobre il sistema solare, Terra compresa, è stato investito da un’ondata di raggi gamma che hanno fatto scattare i rilevatori presenti a bordo dei telescopi Fermi Gamma-ray Space Telescope della Nasa della sonda Wind e dell’Osservatorio Swift di Neil Gehels.

Il segnale delle radiazioni ad alta energia rilevato, giungeva da un’esplosione di raggi gamma che è stato chiamato Grb 221009A. Le esplosioni di raggi gamma vengono definite dagli astronomi come “Gamma Ray Burst” o Grb. Gli osservatori di questo Grb hanno rilevato il segnale per un tempo particolarmente lungo: circa 10 ore e questo perché l’esplosione che ha dato origine all’emissione dei raggi gamma si trovava relativamente vicina a noi.

Si è potuto determinare infatti, che il segnale arrivava da un oggetto distante circa 1,9 miliardi di anni luce posto nella costellazione del Sagittario. Date le caratteristiche sembrerebbe che tale violenta esplosione possa essere connaturata con la nascita di un buco nero che si è prodotto in seguito all’esplosione di una stella che è collassata su sé stessa.

Un processo di questo genere infatti, produce una enorme quantità di energia e di particelle che vengono proiettate nello spazio a velocità prossime a quella della luce. Tra le forme di energia più violente emesse ricadono proprio i raggi gamma.

Un fenomeno del genere è molto raro da osservare ed è per questo che i dati rilevati dai vari osservatori spaziali e terrestri sono in fase di elaborazione da parte di numerosi astrofisici e astronomi, perché ci permetteranno di capire molto di più sulla nascita dei buchi neri e delle relative esplosioni.

Una società privata sulla Luna

In this July 20, 1969 photo made available by NASA, lunar module pilot Buzz Aldrin carries a seismic experiments package in his left hand and the Laser Ranging Retroreflector to the deployment area on the surface of the moon at Tranquility Base. On Tuesday, Oct. 13, 2020, NASA released a set of guidelines for its Artemis moon-landing program, based on the 1967 Outer Space Treaty and other agreements – No fighting and littering. And no trespassing at historic lunar landmarks like Apollo 11′s Tranquility Base. (Neil Armstrong/NASA via AP)

Mentre il mondo astronautico e scientifico in genere attende con ansia la partenza del razzo della Nasa Sls alla volta della Luna, a partire per il nostro satellite naturale è il momento di una società giapponese, al Ispace. Tra il 9 e il 15 novembre, infatti, invierà sulla superficie lunare, il suo primo lander, ossia una piattaforma con a bordo vari strumenti che atterrerò nel Lacus Somniorum, il “lago dei sogni, vicino all’equatore lunare.

Sarà un Falcon 9 a prendersi in carico questo lancio che, se riuscirà nell’intento, batterà sul tempo la concorrenza di Astrobotic (che ha da poco posticipato all’inizio del 2023 il proprio primo lancio lunare) e Intuitive Machines, che anch’essa lancerà la propria missione l’anno prossimo.

Tra i vari strumenti che la prima missione del lander giapponese, chiamata M1 (Mission 1), trasporterà sul nostro satellite, vi è anche Rashid, un rover lunare che pesa circa 10 chilogrammi realizzato dagli Emirati Arabi, che confermano così il loro notevole interesse per l’esplorazione planetaria. M1 rientra nel programma di Ispace chiamato Hakuto-R, che vuole offrire a chiunque lo desideri un trasporto direttamente attorno o sulla Luna.

La prossima missione, M2, è già stata fissata per il 2024 e la società sta già lavorando per la missione M3. M1 impiegherà circa tre mesi prima di arrivare in prossimità della Luna, in quanto verrà messo su una traiettoria tale che sarà anche la gravità lunare ad aiutare il lander a raggiungere l’obiettivo. Ispace, nel 2010 aveva una ventina di dipendenti, oggi vi lavorano 200 persone altamente qualificate che esercitano in Giappone, Stati Uniti ed Europa.

«Questa missione è una pietra miliare sulla strada dei nostri obiettivi e sono già orgoglioso dei risultati raggiunti. Non vedo l’ora di assistere al lancio insieme a tutti i nostri dipendenti», ha detto Takeshi Hakamada, fondatore e Direttore di Ispace. Non è da escludere che lungo il viaggio non si trovi per qualche momento in compagnia della navicella Orion che, stando alle ultime comunicazioni della Nasa verrà lanciata dall’Sls il 14 novembre, con una finestra di lancio di 69 minuti che si apre alle 06:07 italiane.

© Riproduzione riservata

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *