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Afghanistan, il leader di al Qaida al Zawahiri è stato ucciso in un raid Usa

Dal 2011 era l’erede di Osama Bin Laden. È stato ucciso domenica mattina alle 6.48, ora di Kabul, con un attacco di droni. Esulta il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden: «Non importa quanto tempo serve, o dove ti nascondi. Se sei una minaccia, gli Stati Uniti ti trovano». I Talebani condannano l’attacco: «Violati i principi internazionali»

Undici anni dopo Osama bin Laden, gli Stati Uniti hanno ucciso in un raid il suo erede alla guida di al Qaida, Ayman al Zawahiri, 71 anni, considerato il “numero uno” del terrorismo internazionale. L’attacco è avvenuto con un raid di droni, domenica. La conferma, nella notte italiana, è stata data dal presidente Joe Biden

La prima svolta nella caccia al super terrorista è avvenuta a inizio anno. La conferma della Cia è arrivata ad aprile. Poi, la settimana scorsa, il briefing decisivo alla Casa Bianca con il via libera finale dello stesso presidente. Domenica mattina alle 6.48, ora di Kabul, l’attacco con i droni. «Non importa quanto tempo serve, o dove ti nascondi. Se sei una minaccia, gli Stati Uniti ti trovano», ha detto Joe Biden, per quello che è il suo primo vero successo internazionale.

Il discorso di Biden

Ap

Erano le sette e mezza di sera negli Stati Uniti quando il presidente è apparso sugli schermi. «Su mio ordine, gli Stati Uniti hanno effettuato un attacco aereo su Kabul, in Afghanistan, che ha ucciso l’emiro di al Qaida, Ayman al Zawahiri», ha detto il presidente Usa. «Giustizia è stata fatta e questo leader terrorista non c’è più».

«Quando ho messo fine alla missione militare americana in Afghanistan avevo promesso agli americani che avremmo continuato a portare avanti le operazioni antiterrorismo». «La mia speranza è che i familiari delle vittime dell’11 settembre possano voltare pagina».

Chi era al Zawahiri

In questa foto del 1998, Ayman al Zawahri, a sinistra, ascolta durante una conferenza stampa con Osama bin Laden a Khost, in Afghanistan (AP Photo/Mazhar Ali Khan, File)

Di origini egiziane, al Zawahiri è nato il 19 giugno 1951 da una famiglia agiata in un sobborgo del Cairo. Molto sensibile alla religione fin dall’infanzia, è stato educato nel contesto di una visione molto radicale, e violenta, della rinascita islamica sunnita.

Da giovane ha lavorato come chirurgo oculista, iniziando a viaggiare per l’Asia centrale e il medio oriente. Ha partecipato alla guerra in Afghanistan contro l’Unione sovietica e in questo contesto ha incontrato il giovane saudita Osama bin Laden e altri militanti arabi che, come lui, si stavano organizzando per combattere.

Al Qaida

Il 6 ottobre del 1981, il presidente egiziano al Sadat è stato assassinato da Khalid al Islambuli, un esponente di un’organizzazione terroristica riconducibile al jihad islamico radicale egiziano. Subito dopo la sua morte centinaia di militanti sono stati arrestati e torturati nelle carceri egiziane: fra loro c’era anche al Zawahiri. Questa esperienza, secondo i suoi biografi, ha contribuito a radicalizzarlo.

È in questa fase che ha deciso di fondere il suo gruppo islamista egiziano con al Qaida, portando l’esperienza organizzativa affinata nel contesto locale. Ha dato un contributo fondamentale alla crescita dell’organizzazione. E alla sua prospettiva di jihad globale, attraverso l’organizzazione di una serie di cellule in varie parti del mondo.

L’11 settembre

(AP Photo/Richard Drew, File)

All’epoca degli attentati negli Stati Uniti, 21 anni fa, al Zawahiri era il numero due – dietro a bin Laden – nella lista dei 22 “terroristi più ricercati” dagli Usa. Su di lui pendeva una taglia di 25 milioni di dollari. È considerato fra gli ideatori dell’attentato alle Torri gemelle.

Il 13 gennaio 2006 è stato l’obiettivo di un attacco missilistico americano vicino al confine del Pakistan e l’Afghanistan. Sono morti quattro membri di al Qaida, ma Zawahiri si è salvato. Due settimane dopo è apparso in un video in cui avvertiva che «né Bush né tutte le potenze della terra» avrebbero anticipato di un secondo la sua morte, rispetto al destino.

E in realtà la sua morte è stata annunciata e poi smentita più volte negli ultimi vent’anni. L’ultima volta lo scorso autunno, quando era stato dato per gravemente malato e forse morto.

In Afghanistan

Il fatto che sia stato ucciso a Kabul è significativo. Da quando, un anno fa, gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan gli analisti si chiedevano quanto i Talebani avessero ripreso a proteggere i terroristi di al Qaida. Proprio i Talebani hanno condannato l’attacco di domenica. Il portavoce Zabiullah Mujahi lo ha definito come una «violazione dei principi internazionali».

Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha denunciato in una nota: «Ospitando e dando rifugio al leader di al Qaida a Kabul, i Talebani hanno violato in modo grave gli accordi di Doha e le ripetute assicurazioni al mondo che non avrebbero permesso che il territorio afghano fosse usato dai terroristi per minacciare la sicurezza di altri paesi».

La ricostruzione dell’attacco

Secondo i media americani, che citano fonti anonime accreditate, all’alba di domenica al Zawahri è uscito sul balcone di una casa a Kabul. L’intelligence americana avrebbe già notato in passato la sua abitudine ad esporsi al balcone, da solo, appena sveglio.

Questa volta un drone ha sparato due missili Hellfire che lo hanno colpito. Secondo alcuni funzionari Usa, citati da Associated Press, la moglie di al Zawahri e altri membri della sua famiglia si erano trasferiti di recente in un rifugio a Kabul.

Nei mesi scorsi gli Stati Uniti hanno lavorato per confermare la sua identità – compresa l’abitudine di stare da solo su quello stesso balcone – e hanno pianificato il raid, autorizzato da Biden.

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