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Accettare i voti di Dell’Utri e Cuffaro è un tradimento della memoria di Capaci

La giornata del trentennale della strage di Capaci è oramai alle nostre spalle e se volessimo fare un bilancio potremmo dire che ci sono parecchi motivi per essere soddisfatti e altrettanti per essere preoccupati. I motivi di soddisfazione nascono dalla partecipazione vasta, corale, da nord a sud, delle iniziative che dappertutto hanno fatto si che questo giorno sia oramai entrato nella memoria collettiva dell’Italia repubblicana. La larga ed entusiastica partecipazione dei giovani è un motivo di ulteriore speranza.

I motivi di preoccupazione nascono da quanto sta accadendo in Sicilia dove, in occasione delle imminenti elezioni per l’elezione del sindaco di Palermo, s’è verificata una situazione lunare, in aperta contraddizione con tutto quello che si è detto nella giornata della ricorrenza.

Dopo le stragi ci furono la rivolta e la ribellione del popolo palermitano che trovò il modo di protestare in forme originali come fu la esposizione delle lenzuola bianche contro la mafia. Un gesto di ripulsa anche morale. Si aprì così una stagione nuova.

La contraddizione nasce dal fatto che il candidato sindaco del centrodestra ha avuto, e non ne ha fatto mistero, il sostegno, l’appoggio e il suggerimento di candidati da mettere in lista da parte di due soggetti, Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro, entrambi condannati per reati connessi alla mafia e hanno scontato in carcere la loro pena stabilita dai tribunali.

La questione che balza in primo piano è come sia possibile conciliare il ricordo di Giovanni Falcone e accettare l’aiuto e i voti che porteranno in dono i soggetti dei condannati per mafia.

Timeo Danaos et dona ferentes (Temo i Greci anche quando portano doni). Sono le parole pronunciata da Laocoonte per indurre i troiani a non accettare il famoso cavallo di legno che tanti danni provocò a Troia e la condusse alla rovina.

Il candidato

Il candidato sindaco del centrodestra ha valutato i danni di immagine, nazionale e internazionale, che ne deriverebbero dal dono dei voti che hanno questo stigma? Ha calcolato che l’immagine di Palermo non sarebbe più quella della città dell’antimafia ma la città che ha voglia di mafia?

Come si fa a non comprendere che se a Palermo negli ultimi tempi la città e il popolo palermitano hanno respirato un’aria diversa ciò è stato possibile anche perché sono stati arrestati e condannati non solo i corleonesi – tutti, da Riina a Provenzano – gli immediati colpevoli delle stragi, ma anche quelli che in vario modo li hanno fiancheggiati e aiutati?

Se un candidato accetta apertamente sostegno e voti di pregiudicati per mafia occorre chiedersi che cosa è successo in Sicilia in questi anni e perché si è arrivati in questa situazione. E la questione – è bene dirlo subito – non riguarda solo la Sicilia ma riguarda l’Italia intera per l’importanza che l’isola ha sempre avuto e continua ad avere nel panorama politico nazionale.

Riguarda prima di tutto i partiti nazionali che sostengono il candidato sindaco. Non hanno nulla da dire? Sta bene a questi partiti ricevere questi voti e contribuire al decadimento anche morale dell’immagine della città?

E non avvertono la contraddizione tra i valori incarnati da Falcone a cui si è appena reso omaggio e i voti di chi, con il loro comportamento, ha stracciato quei valori e li ha piegati al malaffare e alla mafia che ha ucciso Falcone?

Il problema riguarda anche le forze del centrosinistra che non possono stare alla finestra e assistere allo spettacolo indecente senza prendere una posizione forte e limpida.

Perché il punto vero della questione è che occorre costruire un’alternativa politico culturale, e lo si fa se si dà battaglia, se si introducono elementi di chiarezza, se si vuole parlare anche a quell’elettorato che, orfano di Cuffaro, ora tende a ritornare a Cuffaro. Chi fa politica sa che la campagna elettorale si conclude quando l’ultima scheda viene depositata nell’urna. C’è ancora tempo. Rimanere inerti o silenti è la scelta peggiore. E ciò non vale sono nell’isola.

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